cinema

«Il mio profilo migliore», Juliette Binoche alla scoperta di Facebook

Nelle sale il nuovo film con protagonista l'attrice francese e «Grazie a Dio» di François Ozon, che arriva in Italia dopo la presentazione al Festival di Berlino

di Andrea Chimento


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2' di lettura

Il cinema francese è grande protagonista del weekend in sala con «Il mio profilo migliore» di Safy Nebbou e «Grazie a Dio» di François Ozon.

Il primo racconta la storia di Claire (interpretata da Juliette Binoche), una donna sulla cinquantina ancora molto affascinante, che ha una relazione con un uomo più giovane di lei. La sua vita cambierà quando si ritrova invischiata in un rapporto “virtuale” del tutto inatteso: Claire ha creato un profilo falso su Facebook, fingendosi una ragazza poco più che ventenne, e inizia presto a chattare con un amico del suo amante, complicando non poco la sua esistenza.

Film che ragiona sul potere e sui pericoli del mondo dei social network, «Il mio profilo migliore» è un prodotto dal soggetto interessante, che fatica però a reggere la durata di un lungometraggio. Il sottile confine tra reale e virtuale, raccontato in questa pellicola, non manca di far riflettere, anche se ci sono alcuni passaggi un po' prevedibili, che smorzano la portata complessiva.

La sceneggiatura si gioca le sue carte migliori nelle prime battute (quando il versante psicologico è più approfondito), per poi sgonfiarsi col passare dei minuti e smorzarsi del tutto in una parte conclusiva ben poco coinvolgente.

Buona, in ogni caso, la prova di Juliette Binoche, efficace nel reggere sulle sue spalle l'intera pellicola.

Più riuscito è il nuovo lavoro di François Ozon, «Grazie a Dio», presentato in concorso all'ultimo Festival di Berlino, dove ha ottenuto il Gran Premio della Giuria.

Al centro c'è un fatto di cronaca di cui si è parlato a lungo: lo scandalo che ha coinvolto l'Arcivescovo di Lione Philippe Barbarin e la sua diocesi per non aver denunciato gli abusi sessuali compiuti su minori dal sacerdote Bernard Preynat, che hanno visto coinvolti decine di ragazzi. Il processo contro Barbarin, che era a conoscenza dei fatti ma non ha preso provvedimenti, è iniziato circa un mese fa e Ozon ha voluto raccontarne gli antefatti.

Un cast in piena forma (dove svetta Melvil Poupaud, che aveva già lavorato con Ozon nel notevole «Il tempo che resta» e ne «Il rifugio») dà risalto a una trama dove le vicende di tre protagonisti e di molti personaggi secondari si intersecano. I tre personaggi principali sono gli ex boy scout che per 25 anni hanno taciuto gli avvenimenti e che hanno poi deciso di raccontare tutto alle autorità, con il forte supporto dei familiari delle vittime.

Ozon dimostra ancora una volta la sua capacità di essere incisivo, anche grazie a quel tocco personale che regala ai suoi film una identità specifica. La tematica proposta, infatti, non è nuova (basti pensare ad esempio a «Il caso Spotlight»), ma «Grazie a Dio» si distingue per la sceneggiatura curata, i dialoghi efficaci e una messinscena solida, seppure senza particolari guizzi.

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