intervista a Dario Mirri

«Il mio progetto di rilancio per Palermo passa dal calcio»

Il presidente del Palermo e dg di Damir investirà nella sua città anche con ospitalità e food

di Nino Amadore


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Mirri investirà 15 milioni nel Palermo, oggi in serie D, convinto che «fra qualche anno avrà un valore molto superiore»

4' di lettura

Dalla pubblicità al calcio, dal food al turismo, all’editoria. Una strategia imprenditoriale di crescita per quello che a Palermo è l’uomo del momento. Dario Mirri, presidente del rinato Palermo calcio dallo scorso luglio: in questo progetto i Mirri hanno investito, tramite la Hera Hora srl, 15 milioni insieme al socio italo-americano, Tony Di Piazza, immobiliarista originario di San Giuseppe Jato nel palermitano. Nell’azienda di famiglia Dario è direttore generale e componente del Cda con procura generale della Damir, impresa fondata dal padre Daniele che si occupa di pubblicità (soprattutto affissioni), dà lavoro a 70 persone, fattura in media circa 15 milioni l’anno. «Il Palermo è un’occasione per la città e un’opportunità di condivisione di valori - dice Mirri-. Il Palermo unisce. Il calcio unisce e permette in maniera trasversale di parlare un linguaggio comune: quello del fare. Da palermitano posso dire che grazie agli eroi, Libero Grassi, Falcone e Borsellino e così via, il tema della mafia, soprattutto a livello culturale medio alto, oggi è affrontato con la giusta consapevolezza. Abbiamo però ora la sfida del fare. Qui ci sono opportunità che non ci sono a Milano».

Qualche settimana fa a Milano avete incontrato 60 palermitani che vivono lì e hanno ruoli importanti. Alcuni sono esponenti della comunità finanziaria. Avete chiesto aiuto?
Abbiamo voluto incontrare gli adulti, quelli che negli anni Sessanta sono andati via e hanno rappresentato il meglio della Sicilia a Milano. Poi ho unito tutti i ragazzi, che hanno fatto l’università lì e ora sono introdotti nel mercato del lavoro. Mi sono accorto che noi palermitani non siamo capaci di fare sinergia, neanche ci conosciamo. Il Palermo può essere un collante. Abbiamo chiesto soltanto l’affetto del tifoso e abbiamo raccontato quello che stiamo facendo partendo dalla trasparenza. Il Palermo è la prima società, sicuramente in Italia, in cui nel collegio sindacale c’è un componente nominato dal sindaco di Palermo che garantisce il controllo.

Il Palermo è in serie D. Valeva la pena spendere tanti soldi per una società dilettantistica?
Il Palermo tra qualche anno avrà un valore diverso da quello attuale: è il settimo fatturato d’Italia per numero di tifosi e quindi per diritti sportivi. È il settimo bacino di utenza d’Italia e a livello internazionale probabilmente è il primo bacino in assoluto. Se il Palermo arriva in Serie A penso possa valere anche più dei 165 milioni spesi per la Fiorentina. Da imprenditore dico: investiremo 15 milioni, ma è un investimento, non una perdita.

Avete chiesto di poter gestire lo Stadio della Favorita. Qual è il progetto?
Dobbiamo copiare quello che hanno fatto a Udine, a Frosinone, a Bologna, a Torino, a Milano. Il Comune deve valutare e fare una gara. Le società, patrimonializzando un bene, ne diventano esclusive titolari per 99 anni e possono fare investimenti: lo stadio diventa un’arena, un luogo dove poter fare concerti, eventi, manifestazioni, il museo, lo store, il ristorante, aree commerciali e non più solo una ventina di partite di calcio l’anno.

Con il progetto di azionariato popolare come è finita?
Sono stati raccolti 68 mila euro con 450 partecipanti. Pochissimi. Soprattutto se li raffronti con i 20mila spettatori a partita. Manca la cultura di impresa.

È vero che avete acquistato la Centrale Enel dismessa, un edificio storico, che si trova a ridosso dell’area portuale?
Sì, è vero. Era da vent’anni in vendita, ma nessuno lo ha fatto, nessuno ha sollecitato una gara. Hanno organizzato una gara pubblica: abbiamo partecipato e abbiamo vinto.

Cosa ci farete?
Carlo Alberto Dalla Chiesa, primo nipote del generale, ha progettato con dei soci un format nuovo per l’accoglienza che si chiama Ostello Bello. L’idea è quella di fare un ostello della gioventù 2.0 e che realizzeremo nei prossimi mesi. Con un investimento intorno ai cinque milioni.

Voi avete fatto investimenti anche in Mosaicoon, il cui fallimento ha fatto parecchio rumore?
Nessun investimento. Mosaicoon è stata un’illusione per me. Era una società che faceva investimenti ma non riusciva a fare ricavi. Idea fantastica i video virali, ma a chi li vendo? È rimasta una start up per troppi anni. Ho sognato di non far morire questa esperienza, ma era un po’ come con il vecchio Palermo che aveva 47 milioni di debiti: in questo caso ho buttato 2,8 milioni, convinto di gestire la pubblicità e non pensavo sarebbe finita così.

Avete dunque abbandonato l’idea di entrare nel mercato del digitale?
Ho un progetto legato al digitale ma sconto un problema generazionale: ho 50 anni e sono ignorante in materia. Per fortuna ho collaboratori che mi aiutano, ma faccio fatica a capirne fino in fondo le potenzialità. È un mondo molto competitivo e complicato. Sono convinto che ci sia spazio nell’e-commerce per il food, sto studiando da due anni e probabilmente entro il 2020 avvieremo il progetto con un partner importantissimo.

Un altro dei vostri fronti di interesse è appunto il food: che bilancio possiamo fare di Sanlorenzo Mercato?
Il bilancio è soprattutto sociale: abbiamo cambiato un pezzo della città. Cinque anni fa San Lorenzo era ricordato per altro, oggi non è più legato a a un immaginario di episodi spiacevoli, ma visto come luogo di aggregazione. Questo è stato un risultato importante. A livello imprenditoriale si autosostiene: ogni mese in media entrano dentro Sanlorenzo Mercato 60mila persone. Dal punto di vista dei flussi è stato per la città una buona opportunità, ma io vivo il peso dei costi. Sanlorenzo è partito anche con un’idea di marketing molto integralista: è difficile fare un agroalimentare d’eccellenza e sostenere determinati volumi.

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