Storia dell'industria

Il miracolo del design: pensare con le mani produrre con la testa

Far quadrare l'unicità del prodotto artigianale
con la precisione della linea di produzione: la vetta più alta del Novecento

di Giuseppe Lupo

ETR 300 della Breda, disegnato dai tecnici dell'azienda di Sesto San Giovanni

3' di lettura

Più o meno a metà degli anni Trenta, il filosofo svizzero Denis De Rougemont diede alle stampe un saggio di fondamentale importanza per quanto riguarda il rapporto fra produzione industriale e qualità degli oggetti. Si intitolava Penser avec les mains (Gallimard) ed era un implicito invito a considerare quanto valore e che ruolo, in piena epoca di standardizzazione, continuasse ad avere la dimensione artigiana, il saper usare le mani per fabbricare. Saranno state le suggestioni del libro il motivo per cui il nome di questo intellettuale è subito entrato nell’orbita di Adriano Olivetti, che stimava a tal punto il suo pensiero da considerarlo alla pari con quello di Jacques Maritain ed Emmanuel Mounnier, cioè tra i profeti dello spirito comunitario.

La cosa non stupisce. Olivetti aveva in mente un modello di impresa che coniugasse bellezza e utilità, estetica e pragmatismo. Le macchine da scrivere che uscivano dalle sue officine portano la firma di importanti designer come Marcello Nizzoli, Ettore Sottsass, convinti di una profonda verità: la civiltà del moderno, se vuole affermarsi in termini non conflittuali rispetto alla natura, non può non contemplare questioni di eleganza accanto a quelle di funzionalità. Una fabbrica deve badare a entrambe, deve essere insomma il luogo in cui pensare con le mani in modo da conservare il valore dell’originalità anche quando le regole del fordismo impongono la produzione seriale, di per sé nemica della qualità artigiana.

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Se tra gli anni Quaranta e i Sessanta la nostra nazione è riuscita ad acquisire una inscalfibile immagine che tutti identificano nel made in Italy – quella particolare capacità di aderire al progresso senza perdere i connotati del saper vivere, del sentirsi dentro il perimetro del bello e del buono nei settori della moda, del cibo, dell’arredamento, degli elettrodomestici, della comunicazione, del trasporto su due o quattro ruote – ciò è avvenuto grazie all’altissima cura manifatturiera che le nostre aziende sono state in grado di sviluppare e conservare. Perfino un cinturato Pirelli è il portato di una ricerca tecnica ed estetica, è la conseguenza di un ragionamento conforme a quel “demone dell’analogia” – curiosa formula coniata da Leonardo Sinisgalli nel secondo dopoguerra – che consentiva di paragonare il disegno di un battistrada ai bassorilievi delle piramidi egiziane.

Passa anche da qui il segreto per cui il design diventa il biglietto da visita di un Paese, l’elemento per cui distinguersi ed è un principio valido non solo per l’azienda che si dedica alla fabbricazione di piccoli manufatti, ma addirittura per chi riceve commesse destinate a fabbricare locomotive ferroviarie. L’Elettrotreno ETR 300, meglio conosciuto con il nome di Settebello, prodotto dalle officine Breda di Sesto San Giovanni tra il 1952 e il 1992, è venuto alla luce dal felice matrimonio tra industria e design, alla pari di oggetti che avevano il pregio di essere figli di una sequenza seriale, senza tuttavia perdere quei pregi – bellezza, funzionalità, utilità, semplicità – che consentivano loro di essere il frutto di un’intelligenza artigiana.

Qui sta veramente il punto cruciale del discorso. La grande frontiera da attraversare nell’epoca della modernità conteneva la più insidiosa delle contraddizioni: il pericolo che venisse a eclissarsi una volta e per sempre l’unicità e l’irripetibilità che stanno dietro alla realizzazione di un abito sartoriale, di una calzatura fatta a mano, di un pezzo di mobilio o di un arnese in ferro battuto. Il design è riuscito a far quadrare il cerchio, soddisfacendo sia il gusto che il senso pratico. Credo rappresenti una vetta del migliore Novecento, il condensato di un atteggiamento culturale che in Italia attinge risorse da una tradizione di un Medioevo borghigiano e mercantile, ma poi la declina in chiave paradigmatica, quale esempio di una modernità che non deturpa il mondo degli uomini, anzi li circonda di invenzioni che appagano gli occhi.

Una visione troppo semplificata del problema indurrebbe a pensare che tutto ciò scaturisca da estro e improvvisazione.

Così non è. La fantasia, ci suggerisce Enzo Mari, non si genera nel caos e ci sarà senz’altro un motivo per cui in uno dei suoi ultimi libri, 25 modi per piantare chiodi (2011), il termine che più adopera è legato alle regole della pianificazione e dell’organizzazione. «Progettare è un’attività che coinvolge ogni pratica» – scrive –. «L’umanità si è evoluta progettando ciò che le era essenziale». Siamo ai numeri primi di questa dimensione architetturale, dal «cucchiaio alla città», per dirla con le parole di Ernesto Nathan Rogers.

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