Opinioni

il miracolo dei libri, lo sconforto dei teatri

di Andrea Kerbaker

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3' di lettura

Grande oggetto il libro, sempre capace di stupirci. Scoppia la pandemia, tutti costretti a casa per due mesi? Il buon senso vorrebbe che molti approfittassero del tempo a disposizione per leggere. Macché: in Italia tra marzo e aprile anche i dati delle vendite di libri vanno a picco, al pari di tutto il resto.

I numeri invece risalgono, del tutto inaspettatamente, quando il Paese gradualmente riapre, e quindi il tempo libero può di nuovo essere impiegato in molti modi. Misteri gaudiosi del presente; nel frattempo gli editori si godono i dati di fine anno che mostrano una tenuta, quando non una risalita. “Siamo dei miracolati”, commenta con l’abituale ironia Stefano Mauri, gran capo di GeMS, il secondo gruppo editoriale nazionale. Più sobrio, Ricardo Franco Levi, che presiede l’Associazione degli editori, ci tiene a ricordare il buon livello della collaborazione tra il mondo del libro e le istituzioni. E, altro miracolo, manifesta soddisfazione l’intera filiera: se sono ovviamente cresciute le vendite online, le librerie paiono aver tenuto, soprattutto quelle indipendenti, che nel 2020 hanno rafforzato il loro ruolo di punti di resilienza dei quartieri.

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Sul lato tecnologico, se aumentano le letture su supporti elettronici, il cartaceo non ne risente in modo particolare. Nel frattempo anche le mancate uscite del primo quadrimestre sono state più o meno recuperate: perfino gli autori, categoria lamentosa per eccellenza, non possono lagnarsi troppo.

In un mondo che volge al nero, dove il fantasma della crisi soverchia anche l’arrivo del vaccino, ben venga un comparto industriale che manifesta soddisfazione; un sentimento cui si uniscono tutti i normali cittadini, e sono tanti, per i quali la presenza di libri nelle case è un imprescindibile segno di civiltà. Resta però il dubbio che il buon risultato del mondo editoriale possa essere stato favorito dalla contemporanea chiusura dei principali luoghi della cultura: in questi ultimi mesi dell’anno, in assenza di teatri, musei, cinema e altri luoghi di aggregazione culturale, se un italiano voleva riempire il suo tempo libero con un divertimento elevato, la lettura era una delle poche attività perseguibili. Alcuni editori pensano che i due fenomeni non siano necessariamente in relazione, e citano in proposito proprio la caduta dei numeri della primavera; la discussione è aperta.

Un dato è comunque certo: se l’editoria sorride, o comunque non piange, il resto della cultura italiana è in evidente affanno.

Le chiusure protratte di tutti i luoghi culturali hanno comportato un grave danno economico, solo molto parzialmente ricompensato dai ristori; e l’enorme crisi dei precari del mondo degli eventi di cultura e spettacolo è troppo nota per doverla ricordare qui. Ma c’è un danno psicologico, che è forse perfino peggiore dei mancati introiti. Queste chiusure forzate nel tempo, mai revocate mentre riapriva tutto il resto, hanno sottolineato il disinteresse della classe dirigente per il comparto culturale del Paese.

Un’indifferenza totale, esplosa con chiarezza quando si è constatato che i suoi luoghi non erano mai neppure nominati nei vari dibattiti in cui si discuteva delle riaperture. Per gli operatori di quei settori, lavorare in queste condizioni è avvilente e umiliante. Fa bene l’editoria a festeggiare lo scampato pericolo. Ma ricordi che un Paese che legge (comunque poco!) e non sa valorizzare i suoi teatri o musei è un deserto che ha in mezzo una piccola oasi. Non basta, non ci può bastare.

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