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Il «miracolo» di Sanchez: così in Spagna la sinistra vince e governa

di Luca Veronese


Sanchez: con partito socialista vince il futuro

5' di lettura

MADRID – «Abbiamo mostrato all’Europa e al mondo che si può fare, la Spagna ha fatto vedere a tutti, in questo voto, che le idee e le proposte dei progressisti possono battere il totalitarismo, il razzismo e la destra. Il Partito socialista ha vinto le elezioni e con noi hanno vinto la democrazia e l’Europa, ha vinto il futuro. Mentre il passato e la restaurazione sono stati sconfitti».

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Le prime parole di Pedro Sanchez nella notte, davanti ai suoi sostenitori a Madrid, sono un manifesto dei progressisti europei, una botta di energia e coraggio per tutta la sinistra nel continente, dalla Germania all’Italia, in vista delle elezioni di fine maggio nelle quali i cittadini europei dovranno votare per rinnovare il Parlamento comunitario.

Da ieri sera il fronte sovranista e le destre fanno meno paura. Sanchez avrà non pochi problemi a definire le alleanze per governare. I 123 seggi, conquistati con il 28,6% dei consensi, riportano i Socialisti davanti a tutti dopo undici anni nei quali avevano sempre prevalso i conservatori. Ma anche se sommati ai 42 seggi di Podemos non bastano alla coalizione di sinistra per raggiungere la maggioranza di 176 seggi sui 350 complessivi del Parlamento spagnolo . In coalizione o alla guida di un governo di minoranza sostenuto dall’esterno – questa è l’ultima ipotesi fatta all’interno del Partito socialista – Sanchez avrà bisogno dei voti dei partiti regionali nazionalisti, di quelli dei Paesi baschi e di quelli della Catalogna.
La regione di Barcellona e le rivendicazioni di indipendenza dei leader catalani restano dunque il grande problema irrisolto della politica e dopo aver dominato la campagna elettorale sono destinati a condizionare profondamento la formazione e la tenuta del prossimo governo spagnolo.

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Per affrontare le difficoltà che lo attendono nelle prossime settimane, Sanchez parte però, dopo il voto di ieri, da una innegabile, e insperata almeno in queste dimensioni, posizione di forza. La destra spagnola si è divisa in tre e in tre si sono spartiti i seggi: messo da parte Mariano Rajoy, i Popolari del giovane Pablo Casado, il delfino di José Maria Aznar, hanno subito la peggiore batosta della loro storia; Albert Rivera con Ciudadanos ha guadagnato consensi e seggi ma ha dovuto spostarsi a destra e ha di nuovo mancato l’obiettivo dichiarato di salire al governo; con Vox, l’ultra-destra entra nel Parlamento spagnolo per la prima volta dalla fine della dittatura franchista: con il 10% dei consensi e 24 deputati la formazione xenofoba ottiene un risultato storico, molto inferiore tuttavia alle attese della vigilia e del tutto stonato rispetto alle roboanti dichiarazioni fatte dal suo leader Santiago Abascal, prima e dopo il voto. «Abbiamo sbagliato tutto, ci siamo spostati tutti a destra lasciando libero il centro. Dimenticando – dice un membro del Partito popolare molto vicino a Rajoy negli anni scorsi – la vecchia regola della politica, non solo spagnola, secondo la quale è al centro che si vincono le elezioni. Con Ciudadanos e Vox ci siamo contesi i voti dello stesso elettorato, abbiamo proposto la stessa ricetta, abbiamo dato poca importanza ai grandi temi della nostra tradizione, dall’Europa alle tasse, alle imprese».

Quello che già in Spagna definiscono “il miracolo di Sanchez” è, in gran parte, dovuto agli errori della destra, non solo nella campagna elettorale ma anche negli ultimi dieci mesi, quando i Popolari sono rimasti spiazzati dall’attivismo del leader socialista.
Ha dunque forse ragione Pablo Iglesias che pure deluso per gli scarsi risultati di Podemos ha spiegato che i due grandi obiettivi delle elezioni sono stati raggiunti: «Abbiamo fermato l’avanzata della destra razzista e ultra-nazionalista e abbiamo creato le basi per arrivare a formare un governo di coalizione con i Socialisti», ha detto il leader del movimento della sinistra massimalista e, almeno all’origine, anticapitalista.
Sanchez in queste ore sta ricevendo le congratulazioni di mezza Europa, quella di sinistra. «I risultati delle elezioni in Spagna mostrano che la maggioranza schiacciante degli spagnoli ha optato per partiti chiaramente pro-europei», ha detto il presidente della Commissione europea, Jean Claude Juncker, dicendosi fiducioso sulla possibilità che «Sanchez formi un governo stabile e pro-Ue, che permetta alla Spagna di giocare un ruolo importante come avvenuto fino ad oggi».
Dall’Italia, Nicola Zingaretti ha diffuso sui social la sua soddisfazione: «Inizia una bellissima giornata per la Spagna e di speranza per l’Europa. Ora #AvantiTutti: lavoro, sostenibilità, investimenti, scuola, sanità, salari, legalità. Questa è l’agenda che ci piace e per cui ci battiamo. Uniti», ha scritto il segretario del Partito.

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Dal Portogallo, nel quale il governo di coalizione delle sinistre è riuscito a rilanciare il Paese e la sua economia, dopo il default del 2011, il premIer Antonio Costa esprime «grande gioia per la vittoria di Sanchez» sottolineando la massiccia partecipazione degli spagnoli al voto. Mentre il presidente portoghese Marcelo Rebelo de Sousa ha espresso il desiderio che la Spagna «continui il suo viaggio come una grande democrazia, come una grande economia, come un grande vicino, e quindi, con una proiezione indiscussa in Europa e nel mondo». De Sousa non ha voluto intromettersi nelle faccende politiche spagnole ma ha aggiunto: «Ciò che è bene per la Spagna è bene per l’Europa e anche per il Portogallo».

Ma, al di là degli errori della destra, come si spiega il miracolo di Sanchez che sta rivitalizzando la sinistra in Europa, dall’Olanda alla Germania, fino alla Grecia e all’Italia?

Di certo Sanchez ha sfoderato negli ultimi mesi una grinta che in pochi gli riconoscevano. Ha prima prevalso sulla vecchia guardia nella battaglia interna al Partito socialista; è poi riuscito a mandare a casa Rajoy e, diventato premier, ha governato con pragmatismo e moderazione guadagnando credibilità giorno per giorno.
«Ha raccolto i frutti della sua attività di governo – spiega Luis Arroyo, politologo vicino al Partito socialista – molto focalizzata sulla coesione sociale e sul cambiamento rispetto agli anni della crisi e dell’austerity. Ha convinto la gente a votare facendo capire che il risultato di queste elezioni sarebbe stato determinante per il futuro del Paese».

La Finanziaria sulla quale il Parlamento gli ha negato la fiducia, aprendo la strada alle elezioni anticipate, prevedeva l’aumento del salario minimo del 22% a 900 euro, l’indicizzazione delle pensioni all’inflazione, maggiori tasse per i redditi più alti e l’introduzione di un’imposta patrimoniale per i grandi capitali.
Sanchez per ottenere consensi ha sfruttato anche la rapida ripresa economica e ha sempre ricordato, come ieri sera davanti ai militanti in festa, «il legame necessario e imprescindibile della Spagna con l’Europa» . È stato, in qualche modo, coerente e rassicurante nei confronti degli spagnoli anche nel gestire la questione catalana: «Con il dialogo ma dentro i limiti della Costituzione, con un approccio indispensabile ma ancora purtroppo senza una vera proposta per arrivare a una soluzione tra Madrid e Barcellona», come spiega il costituzionalista basco, Alberto Lopez Basaguren.

Ora Sanchez dovrà dimostrare di saper governare la Spagna. El guapo, il bello, come lo chiamavano i suoi detrattori dovrà andare oltre la vittoria di ieri se vorrà mostrare che davvero “si può fare” e così contribuire al rilancio della sinistra europea contro il fronte sovranista.

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