INTERVISTA

Il missionario Franco Mella: «La Hong Kong di oggi mi ricorda la mia Milano del ’68»

Franco Mella, il prete missionario del Pime fa parte del Civic Forum che ha organizzato le manifestazioni antigovernative per la democrazia

di Stefano Carrer


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4' di lettura

«La Hong Kong di oggi? Mi richiama la mia Milano del ’68». Franco Mella, nato nel quartiere ticinese della metropoli lombarda, missionario del Pime e singolare figura di prete-cantautore-attivista, a settant’anni non sembra aver perso nulla dell’ottimismo di fondo che l’ha portato a distinguersi nelle battaglie per i diritti umani e civili in quasi mezzo secolo di vita vissuta intensamente tra Hong Kong e Cina. In fondo è lui stesso figlio del ’68 - anche se allora si trovava già in seminario - per l’ispirazione che trasse dalla teologia della liberazione e da don Milani, fino alla curiosità per il maoismo, che ebbe un ruolo importante nel condurlo per la prima volta a Hong Kong nel 1974. Lì oggi rappresenta tre associazioni della società civile all’interno del Civic Forum che ha organizzato le imponenti manifestazioni di massa giunte alle 13esima settimana.

«Fin dal movimento degli ombrelli del 2014, nessuno immaginava che così tanti giovani e giovanissimi, con una forte carica di idealismo, scendessero in piazza per chiedere cambiamenti nella società e nella politica - afferma Mella, ora in Italia dopo aver partecipato alle prime manifestazioni della nuova ondata di proteste – oggi come allora a Milano, ci sono una leadership diffusa, accenti diversi non senza qualche confusione e frange radicali che non disdegnano di scontrarsi con la polizia, nella convinzione che serva alla causa».

Mella non mostra di condividere il ricorso alla «violenza, che finisce per generare altra violenza», ma ritiene che la situazione di mobilitazione a Hong Kong vada «agganciata a obiettivi di cambiamento necessari anche in Cina, dove il governo ha forse dimenticato di servire il popolo per appoggiare piuttosto interessi oligarchici in combutta con i capitalisti di Hong Kong». Un’idea piuttosto ottimistica, che in chi ha il nome Kam Chai in cantonese (che suona “dolce grande speranza”) si accompagna alla convinzione che, per il momento, Pechino eviterà di ricorrere alle maniere forti: «Non conviene alle autorità cinesi rischiare, con una nuova Tienanmen, di rovinare le celebrazioni di ottobre per i 70 anni di fondazione della Repubblica Popolare. Certo, però, che la repressione sta avanzando, tra le infiltrazioni nel movimento finalizzate a provocazioni violente alle ultime indicazioni secondo cui la stessa polizia di Hong Kong appare infiltrata da elementi d’oltreconfine. Si è riscontrato che persone con la divisa delle forze dell’ordine di Hong Kong parlassero mandarino...» (la lingua ufficiale della Cina, ndr).

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Per non accrescere la confusione, a parere di Mella, il movimento dovrebbe calibrare meglio le sue mosse in vista di strappare dialogo e concessioni al potere: in questo senso, non gli sembra particolarmente utile insistere per le dimissioni della governatrice Carrie Lam («E se poi mettono qualcuno peggiore?») o sul ritiro formale – invece di quello sostanziale già ottenuto – del progetto di legge sull’estradizione in Cina che ha fatto da innesco alle proteste di massa. Un filo conduttore tra il movimento del 2014 e quello di questa estate è di impronta religiosa: «Non si è mai interrotta l’iniziativa di celebrare la messa ogni domenica pomeriggio davanti agli uffici centrali del governo». I cattolici appoggiano le proteste, anche se sono divisi a metà nel valutare l’accordo dell’anno scorso tra la Santa Sede e Pechino. Su questo punto, il sacerdote milanese appoggia la linea di intesa con la Cina perseguita da Papa Francesco («Non si può continuare per altri 70 anni a insistere su una chiesa pura e una impura, precludendo ogni evoluzione»).

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Per il resto, Mella non ha mai smesso di essere una spina nel fianco delle autorità: a inizio anno, ad esempio, ha fatto uno sciopero della fame di oltre 8 giorni per cercare di strappare il diritto di residenza per migliaia di persone che da molti anni aspettano i documenti. È lui ad aver promosso l’Università del «Right of abode» in favore degli esclusi in una questione che si trascina dai tempi della fine dell’occupazione britannica: il diritto di residenza per i figli nati in Cina da almeno un genitore di Hong Kong,riconosciuto solo parzialmente. Mella si batte anche per i rifugiati da Africa e Medio Oriente e per i diritti delle colf straniere e delle donne incarcerate, oltre che contro la pena di morte in Cina e in altri Paesi(ha promosso tra l’altro una marcia sul consolato giapponese di Hong Kong). Dal 2014 ha anche reso popolare la canzone “Bella Ciao” tra i dimostranti: «Era una giornata in cui tutti erano depressi: ho preso un megafono e quella canzone ha subito risollevato gli animi. Solo qualcuno l’aveva già sentita nelle adunate anti-globalizzazione di qualche anno prima». Non deve poi stupire che abbia cantato anche l’«Internazionale» un prete che ha lavorato in parecchie fabbriche di Hong Kong e ha vissuto per molti anni tra i «boat people» o in strada tra i senzatetto.

La chitarra è sempre stata il suo strumento di accompagnamento, non solo alle canzoni di argomento sociale, ma a sit-in, cortei e scioperi della fame. In autunno dovrebbe andare a Taiwan a presentare il suo album “Amour Eternel”, ma prima conta di andare in Cina, dove aveva vissuto per vent’anni (dal ’91). Lì, da ultimo, si era dedicato all’insegnamento in una scuola per sordomuti e ciechi: gli è stato concesso di tornare nel 2016, dopo 5 anni di divieto. «Spero che il visto me lo diano...» dice Mella, che il 14 settembre al Pime parteciperà alla commemoraziome di sei missionari uccisi in Cina durante l’ultima guerra. Il giorno dopo, in una parrocchia della periferia milanese, sarà proiettato il film-documentario «Independently Yours» (Liberamente vostro), che il regista Kong King-chu ha voluto dedicare alla sua vita e alla sue canzoni su sofferenze e speranze.

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