audit delle riserve

Il mistero del petrolio saudita sotto la lente degli esperti

di Sissi Bellomo

(REUTERS)

3' di lettura

Il mistero del petrolio saudita potrebbe essere destinato a rimanere tale. La certificazione delle riserve di Riad – commissionata in vista della quotazione di Saudi Aramco e attesa con trepidazione dagli analisti finanziari così come dai geologi – non riserverà sorprese, affermano fonti Reuters: saranno grosso modo confermate le cifre vantate dal Governo, quelle stesse cifre alle quali esperti di mezzo mondo guardano con perplessità, se non altro perché non cambiano da quasi trent’anni.

La compagnia nazionale saudita – di cui Riad conta di collocare in borsa il 5% entro il prossimo anno, con un’Ipo da almeno 100 miliardi di dollari, la più grande della storia – avrebbe incaricato dell’audit delle riserve due diverse società indipendenti: la Gaffney, Cline & Associates e la DeGolyer & MacNaughton. Quest’ultima, secondo Reuters, avrebbe già completato lo studio giungendo a una valutazione «certamente non inferiore» a quella pubblicata da Saudi Aramco, che avrebbe impiegato criteri «in linea con le pratiche internazionali».

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Nell’ultimo rapporto annuale la compagnia si attribuiva riserve provate di greggio e condensati pari a 261,1 miliardi di barili. Il prospetto per un bond internazionale pubblicato lo scorso ottobre da Riad affermava che le riserve saudite ammontano complessivamente a 266,5 miliardi di barili (un giacimento al confine col Kuwait non rientra nel perimetro di Saudi Aramco) e che dureranno per altri settant’anni a un ritmo di estrazione di 10,2 milioni di barili al giorno.

L’Ipo di Saudi Aramco è attesa con trepidazione anche per la maggiore trasparenza che potrà portare sull’industria petrolifera saudita, in gran parte offlimits per le società straniere dal 1980, quando venne nazionalizzata.

Le riserve rappresentano il maggiore rompicapo per gli analisti. Nel 1989, senza alcuna spiegazione, l’Arabia Saudita comunicò che erano salite da 170 a ben 260 miliardi di barili: una mossa legata quasi certamente alla ricerca di un maggior peso all’interno dell’Opec e che assegna a Riad un ruolo di supremazia anche a livello mondiale. Solo il Venezuela è riuscito di recente a strapparle il primato ufficiale, grazie alla riclassificazione del petrolio super-pesante che ha assegnato a Caracas 300,9 miliardi di barili (Bp Statistical Review).

I sauditi hanno sempre investito molto denaro nella manutenzione e nello sviluppo dei giacimenti, ma tutte le grandi scoperte nel Paese risalgono al periodo tra il 1936 e il 1970, dopo di che ci sono stati solo ritrovamenti minori. Le riserve nel frattempo sono state sfruttate senza sosta, con ritmi di estrazione talvolta molto intensi: l’anno scorso Riad si è spinta fino a un record di 10,7 mbg, anche se ora ha ripiegato sotto 10 mbg in obbedienza ai tagli Opec. Com’è possibile che le riserve non si esauriscano mai? 

In realtà le riserve provate (o economicamente recuperabili) possono aumentare anche grazie ai progressi tecnologici –e sicuramente Saudi Aramco è molto all’avanguardia da questo punto di vista – o all’aumento del prezzo del greggio. Ma i dubbi sulle valutazioni di Riad fanno comunque discutere da anni gli esperti e sono stati al centro di numerose teorie, talvolta di taglio complottista o catastrofista, come nel celebre «Twilight in the Desert» pubblicato nel 2005 dal banchiere Matthew Simmons, che pronosticava l’imminenza di un picco della produzione saudita, seguito da un declino inarrestabile.

L’estate scorsa ha sollevato scalpore un report di Rystad Energy, secondo cui all’Arabia Saudita sarebbero ormai rimasti solo 70 miliardi di barili di riserve provate. Contando anche i «giacimenti ancora da scoprire» – criterio piuttosto disinvolto – Riad avrebbe ancora 212 miliardi di barili, ma sarebbe superata dagli Usa con 264 miliardi e dalla Russia con 256.

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