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Il mito del debito giapponese: perché non regge il confronto con Tokyo

di Alessandro Penati


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(MACLEG - stock.adobe.com)

3' di lettura

Il nostro governo sembra guardare al Giappone come modello ideale di finanza pubblica: un debito e un deficit pubblici più elevati dei nostri, ma senza inflazione e preoccupazioni per lo spread.

Quindi, la colpa dei nostri problemi sarebbe da attribuire ai vincoli di Maastricht e alla Bce che ha smesso di comprare Btp. Una visione aneddotica della politica economica giapponese, che, sulla base di un’analisi fattuale dimostra, al contrario, quanto sbagliata sia la politica fiscale del nostro governo.

Misurato secondo i criteri omogenei Ocse (a prezzi di mercato e includendo i derivati e il valore attuale degli impegni futuri dello Stato verso la previdenza), il rapporto debito/Pil italiano è al 153%, più elevato di quello comunemente riportato, il doppio della Germania (71%) ma inferiore al 223% del Giappone. Eppure, il rendimento dei titoli di Stato giapponesi è da anni vicino allo zero, come in Germania, mentre noi paghiamo uno spread elevato. Non è vero che questo sia dovuto all’intervento della Banca del Giappone, perché detiene il 42% del debito pubblico (45% includendo altre entità governative), simile al 40% di Btp detenuti da Bce, Banca d’Italia e banche italiane (finanziate dalla Bce). Questo, più la presenza di un mercato liquido dei derivati sui titoli di Stato giapponesi è indice di come il loro rendimento non sia un prezzo “amministrato”.

La differenza è che il governo giapponese non spaventa gli investitori, come fa invece il nostro, come dimostra lo spread di quasi 200 punti dei Btp a 3 anni, indice di paura di una crisi a breve più che della sostenibilità del debito a lunga. Così, una spesa pubblica per interessi allo 0,5% del totale (contro il nostro 3,7%) libera risorse che il Giappone saggiamente alloca agli investimenti pubblici: il 10% della spesa, più del doppio dell’Italia.

La sostenibilità del debito dipende anche dalla composizione della spesa pubblica, dalla quantità di risorse che lo Stato assorbe, e dall’efficienza con cui le distribuisce. Qui la differenza tra Giappone e Italia è eclatante e istruttiva. La pressione fiscale in Giappone è appena il 30,6% contro il nostro 42,6%, quindi sottrae meno risorse all’economia. Che vuol dire anche meno spesa pubblica (35,5% del Pil rispetto al 46,36%), ma allocata in modo più efficiente: il Giappone spende di più per l’istruzione (7,6% del Pil rispetto a 6,9%), quanto noi per sanità e sicurezza, ma molto meno (16% del Pil rispetto al 21%) per i trasferimenti correnti per pensioni e spesa sociale assistenziale: insomma, fa il contrario di Quota 100 e Reddito di cittadinanza.

Ma ciò che rende sostenibile un debito è la crescita del reddito pro capite, che a sua volta dipende da quella della produttività: se il reddito dei cittadini sale e la pressione fiscale è bassa, maggiore è la capacità di pagare le imposte in futuro per ridurre il debito senza ricorrere a inflazione, ristrutturazione o altre forme di repressione finanziaria. Solitamente si guarda alla crescita del Pil complessivo, ma in un Paese con popolazione in diminuzione e deflazione (dannazione per i debitori e manna per i consumatori il cui potere reale di acquisto aumenta) è più rilevante quello pro capite. Dalla crisi del 2008, il reddito pro capite giapponese a prezzi costanti è cresciuto complessivamente del 14,6% (0,9% in Italia), più di Usa e dell’Eurozona, eccetto la Germania. Questo grazie a una crescita della produttività del lavoro che, a fronte della stasi italiana, è aumentata del 9,8% nel periodo, più di Usa ed Eurozona (eccetto Germania).

Il Giappone non è certo il miglior sistema economico che ci sia, ma ci fornisce utili insegnamenti su quale debba essere la politica fiscale in un Paese ad alto debito: l’opposto di quella del nostro governo.

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