Opinioni

Il modello da seguire? Quello dell’export

di Luigi Marattin


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4' di lettura

La sessione di bilancio è sempre focalizzata sulla politica economica di brevissimo periodo, come dimostra il patologico ricorso alle clausole di salvaguardia, da un decennio e da parte di ogni forza politica. Tuttavia questo non impedisce di volgere lo sguardo alle tendenze di lungo periodo della finanza pubblica e che risultati stiano contribuendo a creare.

Guardiamo a cosa è successo dopo il 2008: anni cruciali, perché ci consentono di valutare se, come e quanto l’economia italiana si sia ripresa dalla Grande crisi.

Dividiamo l’analisi in due parti: l’andamento macroeconomico e le condizioni di finanza pubblica. Prima di provare, in conclusione, a immaginare che direzione debba prendere il secondo aspetto per poter efficacemente influenzare il primo.

Durante la doppia recessione che ha avuto luogo tra il 2008 e il 2013 l’Italia ha perso 8,7 punti di Pil, il 32,9% di investimenti fissi lordi, il 21% di export, 900mila occupati (corrispondenti a 1.767mila unità di lavoro standard).

Nei cinque anni successivi (2014-2018) abbiamo recuperato – o più che recuperato – solo su due fronti: l’export (che è salito del 36,2%, portando il saldo corrente della bilancia dei pagamenti dal passivo del pre-crisi a un attuale attivo di 44 miliardi di euro) e il numero assoluto di occupati (salito di poco più di un milione di unità), anche se su questo aspetto il miglioramento nasconde un rilevante problema, come vedremo tra un attimo.

Su tutti gli altri fronti macroeconomici, il ritorno alla situazione pre-crisi è ancora molto lontano. Abbiamo recuperato poco più della metà del Pil perso (4,6 punti), e poco più di un terzo degli investimenti (il 12,3%). Se è vero che il numero di occupati assoluti è superiore di circa 100mila unità a quello del 2007, le unità di lavoro standard sono circa la metà (907mila), a conferma che siamo usciti dalla crisi con un po’ più di quantità di occupazione, ma con molta meno qualità.

Sul fronte della finanza pubblica, il rapporto debito/Pil – il nostro storico tallone d’Achille – è aumentato di più di 30 punti percentuali (dal 102,4% al 134,8%), mentre sia l’area-euro che la Ue – che partivano oltretutto da livelli più bassi – hanno registrato un aumento cumulato di circa 20 punti. Il rilevante risparmio di spesa per interessi (+15,77 miliardi) è stato quasi interamente mangiato dall’incremento della spesa per consumi intermedi (+14,16 miliardi), che dimostra il sostanziale insuccesso, nel lungo periodo, di qualsiasi azione di revisione della spesa. Il dato che maggiormente stupisce è la totale perdita di controllo della spesa in prestazione sociali, che in questi dieci anni è cresciuta di 71,5 miliardi (aumentando di ben tre punti il proprio peso sul Pil), ben 27 miliardi in più di quanto sarebbe stato necessario per mantenere costante la spesa in termini reali. Essendo passati attraverso una crisi così forte, e non ancora riassorbita, è senz’altro da attendersi un incremento anche sostanziale.

Ma la domanda è: quanto di questo aumento è davvero servito ad attenuare l’impatto della crisi e ad accompagnare al cambiamento strutturale necessario? Non essendo nel 2018 ancora in vigore il reddito di cittadinanza, si tratta sostanzialmente quasi solo di spesa per pensioni, causata dal peggioramento della dinamica demografica e dalla tendenza a piccole ma continue contro-riforme (l’ultima delle quali è Quota 100, che tuttavia non compare ancora in questi dati).

Che indicazioni possiamo trarre per il futuro, guardando questa fotografia? Il Paese è uscito dalla più grave crisi della sua storia solo per quanto concerne quel segmento (l’export) che ha già fatto la ristrutturazione necessaria a competere nel mercato globale, e lo sta dimostrando. Tutto il resto – dalla produzione di reddito agli investimenti, passando per la qualità occupazionale – sta ancora molto peggio di dieci anni fa e, in pratica, agli stessi livelli di 20 anni fa. Questa situazione, che da sola spiega buona parte della sbornia populista del Paese e – accoppiata al fenomeno immigrazione – ne spiega la quasi totalità, può essere risolta in primo luogo agendo sul versante della produttività e delle riforme strutturali, come spesso ricordato anche su queste pagine. Ma questi dieci anni ci insegnano che anche la politica fiscale può essere orientata in direzione diversa. Se fossimo riusciti a tenere costante la spesa in consumi intermedi allo stesso modo in cui ci siamo riusciti per quella per il personale (che, pure, è più difficile politicamente) e se avessimo tenuto sotto controllo la spesa pensionistica, avremmo potuto impiegare decine di miliardi per ridurre la pressione fiscale – che invece è più alta di dieci anni fa – e per un sistema di protezione sociale “attiva”, vale a dire che non chiudesse il “produttore” in una campana di vetro illudendolo di proteggerlo dalla globalizzazione, ma che lo accompagnasse a divenirne protagonista. Esattamente come ha fatto il nostro export, e senza aiuti da parte dello Stato.

Se la politica italiana non sarà in grado di tracciare un sentiero di lungo periodo di finanza pubblica volto a costruire il futuro (e non solo a proteggere il passato) rischiamo di non tornare ai livelli pre-crisi ancora per molto tempo. Con tutte le conseguenze che ne derivano.

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