RAPPORTO CENTRO EINAUDI

Il mondo nel 2018: un puzzle da ricomporre

di Piero Fornara


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(© Frommenwiler Peter)

6' di lettura

Nei prossimi due o tre mesi capiremo se il 2018 (e magari anche l'anno seguente) poggia su solide fondamenta oppure sulla sabbia. Dopo un 2017 convulso in cui tutto è stato in movimento, la globalizzazione pare in ritirata in un mondo “in pezzi” e si moltiplicano le incertezze in molte aree strategicamente cruciali - dal Medio Oriente alla Corea - mentre l'Unione europea cerca la sua identità post-Brexit. Il titolo del Rapporto sull'economia globale e l'Italia «Un futuro da costruire bene», promosso dal Centro Einaudi di Torino e presentato oggi a Milano - in anteprima per la stampa presso Ubi Banca e poi nella sede di Assolombarda – è in quasi perfetta sintonia con il tema del World Economic Forum in corso a Davos: «Costruire un futuro condiviso in un mondo frammentato».

Giunto alla XXII edizione e pubblicato da Guerini e Associati (pagg. 235, euro 21,50), il Rapporto a cura di Mario Deaglio, docente emerito di economia internazionale all'università di Torino, si avvale anche dei contributi di Giorgio Arfaras, Anna Caffarena, Gabriele Guggiola, Paolo Migliavacca, Giuseppe Russo e Giorgio Vernoni. Il ripensamento della globalizzazione come “driver” della crescita mondiale e il protezionismo che trapela dalle politiche della nuova presidenza americana di Donald Trump, si legge nel Rapporto, si verifica «quando il commercio cresce meno del prodotto lordo, come sta infatti succedendo, o (come si è verificato nel 2008) se decresce più di quanto decresca il prodotto».

A progredire più di tutti nel peso nell'economia mondiale è ancora la Cina, che ha «intensificato la propria azione di investimenti diretti all'estero e in particolare in Europa, dove sono all'incirca sestuplicati negli ultimi quattro anni, in corrispondenza di investimenti europei in Cina sostanzialmente stagnanti». A livello globale, per la sostenibilità nel lungo periodo, il Rapporto evidenzia la soluzione della cosiddetta “economia circolare”, che risparmia le risorse esauribili, massimizzando l'impiego di risorse rinnovabili e l'uso condiviso dei beni capitali.

Nei Paesi che più contribuiscono al Pil mondiale il tasso di occupazione è in declino nel lungo termine, per il combinato effetto del maggiore invecchiamento e dell'impiego sottratto dalle nuove macchine. I lavoratori oggi si possono dividere in due sottocategorie, separate da un crescente divario di reddito, secondo il grado di correlazione delle loro competenze e abilità con la rivoluzione in corso nelle tecnologie. Ed è probabile che la ricerca di soluzioni efficaci continui ad essere affiancata da derive populiste o spinte centrifughe ed autonomiste (Brexit e Catalogna, per citare i due casi più noti).

I mercati finanziari si trovano più o meno nelle stesse condizioni del 2007, quando credevano di essere immuni dai rischi, allora per il prolungato periodo senza shock e oggi per il paracadute sempre pronto ad aprirsi delle banche centrali. Ma l'esperienza insegna che è sempre un errore attribuire agli eventi estremi una probabilità nulla di avverarsi. Fra l'altro, ha osservato Mario Deaglio, con l'euro che ha riagganciato quota 1,24 dollari per la prima volta dalla fine del 2014 «ci stiamo avvicinando alla “soglia del dolore” per l'industria europea». Ovviamente il dollaro debole fa bene all'export Usa, come ha dichiarato al Forum di Davos il segretario al Tesoro Steven Mnuchin. Ma siamo ormai di fronte a un esempio classico di svalutazione competitiva.

L'America “trumpiana” e l'Europa “carolingia”
Negli Stati Uniti la presidenza Trump galleggia fra colpi di scena (lo “shutdown” delle attività federali è rientrato, ma incombe ancora) e promesse della campagna elettorale difficili da realizzare. È comunque passata la sua riforma fiscale per aiutare le imprese e Wall Street prosegue la sua corsa, dopo i record che hanno proiettato ai primi di gennaio il Dow Jones oltre i 25mila punti e il Nasdaq sopra quota 7mila. In base alle stime del Fmi, annunciate a Davos dalla direttrice Christine Lagarde, il Pil Usa salirà quest'anno del 2,7%, la crescita più alta fra i paesi Ocse.

Secondo l'analisi del Centro Einaudi, tuttavia, la ripresa Usa è meno forte di quanto non appaia e soprattutto ha basi fragili nell'aumento dei debiti contratti dagli americani per riuscire a realizzarla. I debiti privati, paragonati al Pil, sono aumentati di 16 punti rispetto a quando, prima della crisi dei mutui “subprime”, erano considerati eccessivi; considerando anche il quasi raddoppio del debito federale, passato in dieci anni dal 64 al 103% del Pil, i debiti complessivi sono aumentati di 55 punti (percentuali di Pil). Con un tasso di disoccupazione vicino al livello naturale e con retribuzioni che hanno seguito una dinamica assai meno soddisfacente, l'economia americana pare approssimarsi alla fase finale della sua lunga (e moderata) espansione.

Il futuro prossimo dell'Unione europea si è rischiarato dopo il recente (e sofferto) “sì” da parte dei socialdemocratici di Martin Schulz alla “Grosse Koalition” in Germania. Angela Merkel potrà fare il governo, anche se le trattative con l'Spd vanno a rilento e si guarda alla data di Pasqua per l'annuncio. Poi rilancerà con Emmanuel Macron il progetto di un'Europa più unita (e “carolingia”, aggiungiamo noi). Senza la Gran Bretagna dopo la Brexit, che ruolo avrà l'Italia di fronte alla leadership franco-tedesca?

Italia, dentro le urne l'economia al giro di boa
Anche nel nostro Paese la congiuntura è finalmente al giro di boa: l'Fmi nell'ultima previsione del 22 gennaio, prevede un'espansione del Pil dell'1,4% quest'anno e dell'1,1% nel 2019, migliorando le precedenti stime rispettivamente di 0,3 e 0,2 punti percentuali, grazie «all'andamento più robusto della domanda interna e delle esportazioni». Ma abbiamo di fronte le elezioni del 4 marzo e l'Italia – ha scritto «The Economist» - si reca alle urne «con quasi tutte le forze politiche che, attraverso le promesse elettorali, mostrano un insolito ottimismo: un esito incerto del voto rischia però di mettere il freno alla ripresa».

Alla spinta delle esportazioni in Italia si sono aggiunti i contributi espansivi dovuti al recupero di 900mila occupati dal minimo della crisi, che hanno aiutato i consumi delle famiglie, ridotti e ristrutturati durante la crisi. Da citare poi un certo dinamismo del settore immobiliare: la ripresa delle compravendite non si manifesta ancora sui prezzi ma muove, per esempio, il mercato delle ristrutturazioni. L'implementazione delle nuove tecnologie, quelle digitali e dell'Industria 4.0 (anche al livello delle Pmi, molto diffuse in Italia), può essere infine un'occasione per mettere mano a nuove politiche e creare il lavoro che manca.

Il quadro geopolitico: Medio Oriente e Corea
I conflitti mediorientali sono più di uno e c'è quasi da rimpiangere i tempi in cui il conflitto era uno solo, quello arabo-israeliano. Per citarli: il conflitto in Siria e Iraq per sconfiggere lo Stato islamico; quello in Afghanistan, che appare come una guerra civile; in Yemen che ha generato tre milioni di sfollati; in Libia, con il suo carico di 65mila morti e quello tra il Qatar e gli altri Stati arabi del Golfo, per il presunto finanziamento dell'Isis.

In Estremo Oriente e in Asia meridionale si è perfino adombrato un disegno da incubo culminante in un “fungo” atomico: Trump, nei mesi scorsi, ha minacciato letteralmente “fuoco e fiamme”, prospettando un attacco preventivo con armi convenzionali che distrugga (o rallenti per molti anni) le capacità della Corea del Nord di realizzare armi atomiche e i relativi missili. Ma, scrive nel terzo capitolo del Rapporto Paolo Migliavacca, «la Corea del Nord ha disperso le proprie attività nucleari in molti siti ed è difficile che un ipotetico attacco a sorpresa li distrugga tutti. Inoltre, ciò lascerebbe Washington nella scomoda posizione morale della superpotenza che attacca un piccolo Paese. Per di più, in una regione del mondo che, unica nella Storia, ha conosciuto l'uso della bomba atomica (e proprio per mano americana)».

Olimpiadi, le nordcoreane di hockey incontrano le colleghe al Sud

In queste ultime settimane le prossime Olimpiadi invernali in Corea del Sud hanno però fatto una sorta di miracolo, o almeno prodotto una svolta importante. Sono ripresi dopo due anni i colloqui inter-coreani nel villaggio di Panmunjom, simbolo dell'armistizio del 1953, che pose fine alla Guerra di Corea. Gli atleti del Nord parteciperanno ai Giochi, le due Coree sfileranno insieme nella cerimonia di apertura del 9 febbraio e ci sarà una squadra unica nell'hockey femminile.

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