analisisviluppo e inclusione sociale

Il mondo è diseguale, ma in Italia nel 2016 la crescita è stata più equa

di Rossella Bocciarelli

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(alexandro900 - Fotolia)


2' di lettura

Un buon “antipasto” per la discussione internazionale della prossima settimana a Bari al G7 dei ministri finanziari e dei governatori delle banche centrali e per il “simposio” fra economisti di fama mondiale che precederà il vertice. È quello offerto dalla facoltà di Economia de La Sapienza di Roma che, con la sua “Tarantelli Lecture”, voluta per commemorare l’economista assassinato dalle Br il 27 marzo 1985, ha dato la parola al premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz e alla sua analisi della disuguaglianza.

Stiglitz ha ricordato che negli ultimi trent’anni, soprattutto negli Stati Uniti, ma anche in altri paesi avanzati, tra i quali il nostro, è aumentata la diseguaglianza, con una piramide sociale che vede il “Top 1 per cent” sempre più ricco, una base sociale nella quale cresce la povertà e una classe media in forte sofferenza: il valore mediano del reddito familiare Usa era pari a 58 mila dollari nel 1998 e nel 2015 si è attestato a 56 mila dollari. Il premio Nobel ha ricordato anche le diseguaglianze di salute, che hanno messo seriamente in discussione l'”American dream”, con quell’aspettativa di vita in drastica riduzione per i lavoratori bianchi poveri.

E, soprattutto, Stiglitz ha affermato che una diseguaglianza crescente genera maggiore instabilità e minore sviluppo. È un argomento di grande attualità: non a caso “Crescita e lotta alle diseguaglianza” è uno dei temi della presidenza italiana del G7. E non a caso, come ha rimarcato il ministro dell’Economia, Piercarlo Padoan, già da un paio d’anni la discussione fra i policy maker nel G20 e nel G7 si è data come obiettivo dichiarato quello di una crescita forte, sostenibile e, soprattutto, inclusiva. Oggi, ha ricordato il ministro, il pensiero “main stream” riconosce che la crescita, da sola, non basta e che occorre agire sul terreno dell’inclusione sociale. Il problema, però, è che le ragioni strutturali della diseguaglianza sono molto diverse, da paese a paese. Dunque, c’è a priori una sorta di “bias” nazionalistico nell’identificare gli strumenti più efficaci per combattere la diseguaglianza.

Intanto, però, per quel che riguarda l’Italia, le buone notizie arrivano dall'Istat. Il presidente dell'Istituto di Statistica, Giorgio Alleva, ha spiegato infatti che «nel 2016 la disuguaglianza, misurata dall’indice di Gini, si riduce in Italia per effetto dei trasferimenti pubblici, passando dallo 0,45% dei redditi primari guadagnati sul mercato allo 0,30 dei redditi netti». A garantire maggiore equità sono stati i trasferimenti, che riducono la disuguaglianza di 0,11 punti. È un effetto prevalente, ha spiegato Alleva, rispetto a quello del prelievo tributario e contributivo, che invece ha ridotto la diseguaglianza di 0,04 punti. Non basta: un altro indicatore statistico, il rapporto interdecilico fra l’ottantesimo percentile e il ventesimo percentile, evidenzia un ritorno ai livelli di diseguaglianza pre-crisi. La distanza fra i redditi negli anni più duri della recessione era passata da un indice di 5,2 a 5,8( valore massimo), nel 2013. L'anno scorso, dice l’Istat, è tornata a quota 5,2.

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