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Il mondo del lavoro ha bisogno di politiche attive

Due milioni di giovani non impegnati né nello studio, né nel lavoro, né nella formazione, disoccupazione giovanile ferma al 26% e un milione di posti di lavoro all’anno che le aziende non riescono a coprire per carenza di competenze adeguate

di Gabriele Fava

(metamorworks - stock.adobe.com)

3' di lettura

Due milioni di giovani non impegnati né nello studio, né nel lavoro, né nella formazione, disoccupazione giovanile ferma al 26% e un milione di posti di lavoro all’anno che le aziende non riescono a coprire per carenza di competenze adeguate. Dati allarmanti che forniscono un quadro della generazione dei giovani in Italia molto più fragile rispetto ai coetanei europei. Generazione che – se non correttamente incentivata da valide misure di sostegno – rischia davvero di essere relegata ai margini della società, diventando invisibile e trasparente.

Senza dubbio alla base vi è un serio problema di carenza di competenze, complice un percorso formativo non in grado di formare giovani tali da rendersi appetibili per il mondo del lavoro.

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Ma non solo. Un forte ostacolo al collocamento dei giovani nel mondo del lavoro è rappresentato da quelle politiche di mero sostegno al reddito che finiscono di fatto ad assumere il ruolo di competitor alle assunzioni. Basti qui menzionare il Reddito di cittadinanza il quale – lungi dal creare occupazione – ha prodotto un effetto deterrente su quest’ultima, oltre a contribuire ad aumentare il ricorso al lavoro irregolare. Senza contare che, a causa di tale sussidio, interi settori – primo fra tutti quello del turismo – non riescono a trovare personale tanto da essere costretti ad aprire a orari ridotti o a non offrire determinati servizi alla propria clientela.

In tale scenario, un chiaro segnale verso una inversione di rotta è rappresentato dalla cosiddetta norma “spazzadivani”, emendamento approvato nei giorni scorsi dalla Camera il quale – contenuto nel decreto aiuti – estende al settore privato quanto già avviene nel settore pubblico: il percettore del reddito di cittadinanza perde il sussidio se rifiuta per 3 volte un’offerta congrua, anche se non è passato dai centri per l’impiego, ovvero anche qualora l’offerta provenga da un datore di lavoro privato. Trattasi di una misura significativa che potrà aprire la porta ad altre misure in grado di superare logiche assistenzialistiche a favore di politiche attive del lavoro capaci di creare competenze e, con esse, un’effettiva – e rapida – inclusione nel mondo del lavoro. Segnale positivo che, tuttavia, necessita di un’ulteriore spinta. Un vero e proprio ridisegno del Reddito di cittadinanza potrebbe rivelarsi utile per convincere i giovani che il mondo del lavoro è molto più appagante rispetto a ricevere un sussidio fine a sé stesso: convertire il Reddito di cittadinanza quale mero strumento di sostegno al reddito in reddito di competenze, in grado di accompagnare il soggetto disoccupato in un percorso di formazione capace di aiutarlo a rendersi appetibile per le imprese e a (ri)collocarsi sul mercato nel più breve tempo possibile. Ma non solo: legare la perdita del sussidio già al rifiuto della prima offerta di lavoro potrebbe rivelarsi producente se si vuole veramente incentivare una cultura del lavoro che renda quest’ultimo preferibile a qualsiasi forma di sussidio. Offerta di lavoro che, volutamente, prescinde dall’aggettivo “congrua” che, per la sua indeterminatezza e genericità, finisce per essere oggetto di strumentalizzazioni volte a beneficiare del sussidio oltre il tempo strettamente necessario a garantire una ricollocazione nel mercato del lavoro.

Misure che si rendono necessarie anche alla luce del fatto
che il nostro Paese sta affrontando una drastica riduzione
del potenziale di forza lavoro: i giovani in procinto
di entrare nel mondo del lavoro sono un terzo in meno rispetto alla parte centrale della forza lavoro.

Da qui, l’impellente necessità di sopperire a tale carenza quantitativa con misure in grado di aumentare l’apporto qualitativo dei giovani: formazione e competenze sono
i due pilastri sui quali le politiche del lavoro devono fondarsi,
se si vuole evitare una generazione che preferisca la cultura dei sussidi alla cultura del lavoro.

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