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Il Monferrato guarda a Langhe e Borgogna e punta sul rilancio del Grignolino

di Filomena Greco


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3' di lettura

La storia dei produttori di vino piemontesi è fatta di riscatti e sfide. Lo dimostra il caso del Barolo e dei grandi rossi piemontesi. Ed è a questa storia che guarda il progetto «Monferace», avviato nel 2015 da una decina di produttori del Monferrato con un obiettivo preciso, portare il Grignolino, tradizionale vino rosso del territorio, tra i padri nobili piemontesi. L’ambizione non manca, come emerge dal disciplinare sottoscritto dall’associazione presieduta da Guido Alleva: vino in purezza, con quaranta mesi di invecchiamento, almeno 24 dei quali in botte.

I vini capaci di una fase di affinamento così lunga, va da sé, sono pochi: il Barolo, appunto, il Nebbiolo, i grandi rossi piemontesi, appunto, a cui il Grignolino guarda per recuperare terreno rispetto al passato e riprendersi uno spazio, che in realtà gli spetta. Ne è convinto l’enologo Mario Ronco, così come gli stessi produttori che hanno presentato nel castello di Ponzano Monferrato i vini della vendemmia del 2015, invecchiati per 40 mesi e al debutto sotto il cappello del Grignolino Monferace.

L’operazione avviata dalle dodici cantine del Monferrato guarda alla tradizione di un vitigno di cui, come racconta Giusi Mainardi, storica del vino, si ritovano tracce sin dal Medioevo, per arrivare a diversi scritti di ampelografia dell’Ottocento. Un vitigno considerato tra i più nobili, amato dai Savoia e citato da giornalisti e uomini di cultura, che vuole riprendersi il suo posto partendo da una produzione destinata alla fascia alta del mercato. Forte di basse rese per ceppo – non superiori ai 70 quintali per ettaro –, la necessità di una fase di maturazione completa, con bassa acidità e ricchezza di tannini.

Dieci dunque le aziende del Monferace: Accornero, Alemat, Angelini Paolo, Castello di Uviglie, Fratelli Natta, Sulin, La Fiammenga, La Tenaglia, Tenuta Santa Caterina e ViCaRa. Il punto di partenza sono i 376 ettari coltivati nel Monferrato, una «nicchia» rispetto a Nebbiolo che conta in Piemonte 5.500 ettari, che vuole però riconquistare un posto in prima fila tra i grandi vini rossi del Piemonte.

«Un punto di forza del progetto – spiega il presidente Alleva – è rappresentato dal legame di questo vitigno con il territorio del Monferrato, uno stato libero per otto secoli, di cui il Grignolino è sicuramente il figlio autoctono per eccellenza». Lo strumento concreto utilizzato per rilanciare il Grignolino è un disciplinare adottato dai produttori che si sono riuniti in una associazione, un disciplinare definito «severo», che prevede una serie di punti: il vino deve provenire da un territorio ben determinato, il triangolo compreso tra Moncalvo, Casale Monferrato e Vignale, che comprende 24 comuni, caratterizzati da una uniformità geologica e di esposizione dei vitigni, prevalentemente a Sud, con un affinamento lungo, 40 mesi, che guarda ai grandi rossi di Langa e alla Borgogna, e con vini che, in ogni annata, dovranno essere approvati da una commissione «alla cieca» per verificare qualità e rispondenza ai criteri scelti.

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