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Il monito di Dublino: in caso di hard Brexit soldati al confine tra le due Irlande

di Michele Pignatelli

Manifesto anti-Brexit a Londra

3' di lettura

In caso di hard Brexit al confine tra le due Irlande potrebbe tornare l’esercito. A parlare così, evocando lo spauracchio che sin dall’inizio ha accompagnato i negoziati sul divorzio di Londra dalla Ue, è stato il premier irlandese Leo Varadkar. Se si dovesse materializzare il “no deal”, l’uscita senza accordo, ha dichiarato Vardadkar in un’intervista concessa a Bloomberg al Forum economico di Davos, il ripristino di una frontiera tra la Repubblica d’Irlanda e l’Irlanda del Nord significherebbe «telecamere e un’infrastruttura fisica e potrebbe richiedere persone in uniforme, la presenza cioè della polizia o dell’esercito per supportarla».

Nelle parole del giovane primo ministro c’è senz’altro l’ennesimo tentativo negoziale di spingere tutte le parti in causa a sottoscrivere un accordo, in particolare il Parlamento britannico che martedì 29 sarà di nuovo chiamato a votare sul piano di Theresa May in qualche modo rivisto. C’è tuttavia anche la presa d’atto di una realtà che rischia di essere peggiore di quella che tutti auspicavano. Non è un caso, forse, che questa settimana la stessa Commissione europea abbia iniziato a premere su Dublino perché si attrezzi per questo scenario.

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L’equazione impossibile del confine
La questione del confine irlandese è stata sin dai primi mesi delle trattative tra Londra e Bruxelles il vero nodo insolubile: come cioè conciliare l’uscita del Regno Unito, Irlanda del Nord compresa, con la necessità di evitare il ripristino di una frontiera divisoria tra le due parti dell’Irlanda. Quel confine - di fatto scomparso dopo gli accordi del Venerdì santo 1998 che misero fine ai Troubles, 30 anni di violenze tra unionisti e nazionalisti irlandesi - dal 29 marzo prossimo sarà la frontiera tra territorio Ue e Regno Unito.

Il miglior compromesso possibile era sembrato quello inserito nella bozza di accordo bocciato in prima battuta dal Parlamento britannico: l’inserimento del cosiddetto backstop, una sorta di garanzia che stabiliva che, fino al raggiungimento di un’intesa sui futuri rapporti commerciali tra Gran Bretagna e Unione europea, il Regno Unito sarebbe rimasto allineato all’unione doganale (almeno ai principi generali), con l’Irlanda del Nord ancora più strettamente integrata; sarebbe dunque stata scongiurata la necessità di controlli sulle merci (sulla circolazione delle persone non dovrebbero esserci conseguenze sostanziali grazie alla Common Travel Area, pre-esistente alla comune appartenenza alla Ue).
Il legame troppo stretto e a tempo indeterminato con la Ue non è però piaciuto ai Brexiter più duri, e neppure al Dup, il Partito degli unionisti nordirlandesi che sostiene il governo May. Di qui la bocciatura, che però ora fa ipotizzare davvero un’uscita senza rete il 29 marzo prossimo.

Il cambio di passo della Commissione
L’Irlanda, che pure ha predisposto già da tempo un documento sul piano di emergenza in caso di hard Brexit, era stata finora molto vaga sulla questione del confine, quasi a volerla esorcizzare. Martedì però anche la Commissione europea, finora sempre ferma nel sostenere Dublino ed escludere il rischio di ripristino del confine, ha corretto il tiro, almeno parzialmente. «Se mi spingete a fare congetture su cosa potrebbe accadere in caso di no deal - ha dichiarato il portavoce Margaritis Schinas - credo che sia piuttosto ovvio che avremmo un confine “hard” e che molte delle conquiste legate all’accordo del Venerdì santo sarebbero a rischio». Salvo poi correggere in parte il tiro 24 ore dopo, sottolineando che «la Ue è determinata a fare tutto il possibile, accordo o meno, per proteggere la pace in Irlanda del Nord».

Qualcosa però ora si sta muovendo, come dimostrano non solo le parole di Varadkar ma anche una telefonata tra il premier irlandese e il presidente della Commissione Ue, Jean-Claude Juncker, di cui ha dato notizia ancora una volta il portavoce dell’esecutivo comunitario: l’Irlanda - ha detto Schinas - è d’accordo per intensificare i preparativi in caso di no deal, in stretta cooperazione con la Commissione.

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