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Il Monte degli Ulivi ai Neocatecumenali per 5 milioni di euro

di Carlo Marroni


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Gerusalemme. Il Monte degli Ulivi e lo scorcio sulla città (credit: John Theodor)

4' di lettura

Mezzo ettaro. Esattamente 5.173 metri quadrati. Con l’aggiunta di un piccolo fabbricato ad un piano di una sessantina di metri, in pietra. Un terreno sassoso con qualche pianta qua e là. Ma adagiato sulla montagna più famosa della storia dell'uomo. E con una vista spettacolare sulla città più venerata e contesa al mondo, da sempre. Gerusalemme. È il Monte degli Ulivi. E sulla sommità del rilievo che supera gli 800 metri, nel versante nord, il piccolo terreno è passato di recente di proprietà.

A vendere è stata la Fondazione Monte Tabor in liquidazione, l’ente che in passato controllava il complesso ospedaliero del San Raffaele di Milano fino alla crisi del 2011 e la successiva cessione nel 2012 al gruppo imprenditoriale sanitario Rotelli. Alla Monte Tabor era rimasto il controllo della Joseph Foundation, ente con sede a Vaduz, capitale del Liechtenstein, che aveva nel suo patrimonio la proprietà del terreno. Dopo una lunga procedura di vendita e vari negoziati aperti e chiusi nel corso di due-tre anni, alla fine l’appezzamento con affaccio sul lato orientale della Città Vecchia e sovrastante la valle di Giosafat - dove secondo la Bibbia (Gioele 3,2 ) si dovrebbe svolgere il Giudizio Universale, quando sarà - se l’è aggiudicato la Fundacion Domus Jerusalem, con sede a Panama, ente che fa capo ai neo-catecumenali, l’organizzazione cattolica molto ramificata, soprattutto nel mondo di lingua spagnola, ma anche in Italia. Prezzo finale: 5,1 milioni di euro.

Ma come si è arrivati alla cessione di un appezzamento forse unico al mondo, là, dove nel ’70 dopo Cristo i romani si accamparono durante l’assedio prima di espugnare la città, distruggere il Tempio e dare il via alla diaspora del popolo ebraico, e dove, secondo la tradizione, trentasette anni prima Gesù si ritirò durante la passione, nell’Orto detto del Getsemani?

Ad acquisire il terreno molti anni fa era stato don Luigi Verzè, fondatore del San Raffaele, morto alla fine dl 2011, l’anno orribile per la sua creatura, con lo scoppio della crisi economica del complesso sanitario e l’avvio di una serie di eventi tra cui il suicidio nel suo ufficio di Mario Cal, suo braccio destro. Pochi anni prima Verzè aveva avviato un progetto di un centro di ricerca medica e biologica da costruire proprio sul terreno del Monte, finanziato secondo i suoi piani dalle tre grandi religioni monoteiste. Su questo progetto aveva ottenuto un permesso dalle autorità (autorizzazione che non comprendeva la degenza).

L’idea piaceva a diverse persone sia in campo israeliano che palestinese, e ad un certo punto don Verzè andò – era l’inizio del 2011 – a Gerusalemme e poi a Nablus per incontrare Munib al-Masri, il più importante imprenditore palestinese legato alla leadership dell’Olp e da sempre in rapporti dialoganti con l’establishment israeliano. L’aereo per andare in Terra Santa in giornata glielo mise a disposizione Silvio Berlusconi, suo storico grande amico ed estimatore. L’idea stava progressivamente prendendo corpo, ed era stata interessata anche la pediatra e genetista di fama internazionale Maria Grazia Roncarolo, ma poi arrivò il crollo del San Raffaele e anche il progetto – sul cui versante italiano aveva lavorato anche l’avvocato Carlo Carnacini, che aveva collaborato con Susanna Agnelli nel campo della ricerca genetica - sfumò. A quel punto si aprì la strada della vendita da parte della liquidazione, mettendo come caveat che il terreno avesse come destinazione un’istituzione cristiana. Il dossier passò in mano all’avvocato Mazen Qupty, arabo cristiano israeliano, che avviò contatti con varie organizzazioni , prima tra tutte la Custodia di Terra Santa. Ma le finanze della casa francescana non permettevano l’investimento, e forse lo stesso fu per il Patriarcato Latino, non in buone acque finanziarie.

Analogo tentativo fu fatto presso il Patriarcato Copto. L’unica soluzione rimasta era un’asta aperta a 42 organizzazioni cristiane, e alla fine in lizza ne erano rimaste tre: il Patriarcato Copto Ortodosso di Gerusalemme, la Chiesa Eritrea Ortodossa e la Fundacion di Panama. Nella procedura dell’asta (con rilanci da 100mila euro) presso la sede della Monte Tabor, sede in Via Olgettina 60, l’offerta migliore è risultata quella della Fundacion, presieduta da un sacerdote di 57 anni, Manuel Anselmo Diaz Ortiz, parroco di Nuestra Senora de Guadalupe, a Panama, una chiesa molto nota nella capitale del Paese centro americano appena visitato dal Papa per la giornata mondiale dei giovani.

Diaz Ortiz non è venuto in Italia per l’asta: si è fatto rappresentare alla procedura da un avvocato di Roma in forza di una procura con tanto di firma autenticata dall’ambasciata d’Italia a Panama. Quale sarà la destinazione del terreno, ora in mano al Cammino Neo Catecumenale, movimento mondiale fondato da Kiko Arguello, e che lo scorso agosto 2018 ha visto decine di migliaia di aderenti incontrarsi al Circo Massimo con la presenza di Papa Francesco? Il luogo non è solo al centro della tradizione cristiana : dal 1967 è parte della muncipalità di Gerusalemme ma prima della guerra dei Sei Giorni era territorio giordano, quindi comunque un’area politicamente sensibile. E lo è anche dal punto di vista religioso: sulle pendici del Monte, fino a ridosso del terreno, insiste il più grande cimitero ebraico del mondo. La proprietà è passata di mano da poco, è presto per l’avvio di progetti, anche se è circolata la voce della destinazione ad un edificio di culto. Che non sarà certo la piccola costruzione, dove per anni hanno vissuto due suore italiane, entrambe di Cesena.

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