Lo spettatore

Il movimento e la trasformazione in struttura

di Natalino Irti

(Jakub Krechowicz - stock.adobe.com)

2' di lettura

Le parole vanno interrogate e adoperate nella loro più intima profondità. Che spesso non è offerta dalla radice etimologica, ma dalla storicità dell’uso. Come è ovvio, le due prospettive possono congiungersi e affidarsi a un concorde significato. È agevole e spontaneo ricondurre ‘movimento' al muoversi, alla condizione di qualcosa che non se ne sta definita e ferma, ma si fa nell’agire e nel tempo.

Questo “farsi” esprime sensibilità individuali e collettive, ascolta rumori del sottosuolo, enuncia e dissolve idee. Le sue forme visibili – raduni, convegni, sit-in simbolici ecc. – sono da osservare e capire: lo spettatore vi trova il suo terreno d’elezione, il materiale del suo pervicace guardare. Gli occhi si fermano sulla “direzione” di così quotidiano e vivace agitarsi. “Verso dove” scorre il movimento? E quale consapevolezza ne guida e orienta i passi?

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La risposta a queste domande implica che il movimento abbia già dall’origine, o sia dia in corso di tempo, una qualche struttura. Sociologi e storici hanno indagato il problematico rapporto fra i due fenomeni (essenziale, dopo pagine di Max Weber, rimane il saggio di Francesco Alberoni su «Movimento e istituzione», datato 1977). Il movimento è gettato in un dilemma di vita: senza struttura, rischia di dissolversi e svanire nell’effimero; dotandosi di struttura, diventa ‘altro’, si irrigidisce e indurisce. La struttura – che sia partito o ordine religioso o istituto giuridico – ha il duplice volto della salvezza e della perdizione: un volto tuttavia necessario, poiché il movimento non basta a se stesso, e reca dentro la vocazione a consolidarsi e a prendere una “forma” stabile e duratura.

Regimi del Novecento, e anche di questo secolo, hanno provato a conservare il movimento accanto alla struttura, in modo da non privarsi di freschezza di idee e spontaneità d’animo. Queste ardue e rare esperienze svelano la gravità del conflitto e insieme la necessità della duplice garanzia, che non spenga la vitalità del movimento e insieme offra serietà e continuità della struttura. Sta alla minoranza direttiva di non dissipare l’originaria spontaneità del movimento e di farne una dotazione, la quale si rinnovi e cresca nel tempo: forse irregolare e scomposta, ma indispensabile per le fondamenta e gli scopi della struttura.

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