ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùLa lezione di Dubai

Il museo del futuro e i processi delicati dell’innovazione

Col Museo del Futuro, Dubai prosegue il vorticoso cambiamento della città e ribadisce la strategia degli Emirati di dotarsi di un patrimonio museale e culturale tale da rafforzare reputazione, attrattività e prestigio, ossia le caratteristiche nelle quali si manifesta il soft power di una nazione

di Salvatore Carrubba

(via REUTERS)

3' di lettura

Col Museo del Futuro, inaugurato nello scorso mese di febbraio, Dubai prosegue il vorticoso cambiamento della città e ribadisce la strategia degli Emirati di dotarsi di un patrimonio museale e culturale tale da rafforzare reputazione, attrattività e prestigio, ossia le caratteristiche nelle quali si manifesta il soft power di una nazione.

Da questo punto di vista, il museo nasce con le carte in regola: opera dell’architetto Shaun Killa, è spettacolare e coinvolgente, è pensato per adulti e bambini, offre un catalogo di temi e di soluzioni nei quali è difficile non riconoscersi. Solo la Library of life merita il viaggio: l’installazione dello studio Superflux presenta un muro continuo e avvolgente fatto di 2400 capsule di cristallo, ciascuna delle quali contiene il modello di una forma vivente, magari ormai estinta.

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Proprio perché si rivolge a tutti, anche agli illetterati di scienza e tecnologia, il museo offre spunti interessanti per qualche riflessione sul tema del futuro e dell’impatto delle tecnologie. Visitandolo, infatti, si è colpiti da come, nonostante tutto, gran parte del futuro in vista e delle tecnologie che lo rendono possibile nasca in un pezzo di mondo che da qualche secolo ha a cuore assieme all’innovazione tecnologica quella sociale e politica. Le frontiere che stiamo affrontando in questi anni, a partire dall’intelligenza artificiale, sono l’effetto di ricerche e studi condotti dove la scienza è libera, e dove il mercato consente l’individuazione dei settori più promettenti e la remunerazione degli investimenti, spesso autentiche scommesse, effettuati.

Il regime della libertà, insomma, si conferma come il più confacente al progresso scientifico e tecnologico. E le istituzioni democratiche sono in grado di affrontare, attraverso la tutela dei diritti e gli istituti del welfare, i costi sociali, che possono essere altissimi, del cambiamento.

Proprio il caso dell’intelligenza artificiale può offrire qualche conferma al riguardo. Qualche settimana fa, l’ «Economist» ricordava un nuovo traguardo raggiunto dalla Cina, ossia il Wu Dao 2.0, un sistema di intelligenza artificiale straordinariamente più potente dell'ultima frontiera raggiunta negli Usa l’anno scorso, il GPT-3 (con “appena” 175 miliardi di parametri rispetto all’1,75 trilione del modello cinese). Gli Usa si avviano dunque a perdere il primato nel campo? Non è affatto detto, perché anche in questo caso la Cina è capace soprattutto di inseguire, di migliorare e di rafforzare, ma non di creare reale e radicale innovazione. E comunque, sempre secondo il settimanale, gli investimenti privati sull’Ia sono negli Usa più che doppi rispetto alla Cina.

Per non dire poi, e qui entra in gioco la democrazia, dell’utilizzo da parte cinese dell’Ia (e in particolare del riconoscimento facciale) come arma di controllo sociale di massa sui propri cittadini, che rende drammaticamente attuali le peggiori visioni distopiche. Ma anche il nostro mondo capitalistico offre elementi di preoccupazione, per esempio coi programmi di bioingegneria che potrebbero in prospettiva creare una super-razza di ricchi, (onni)potenti e pressoché eterni che amplierebbe drammaticamente i divari all’interno delle nostre società, non solo dal punto di vista economico.

L’innovazione ci deve dunque indurre a tenere gli occhi aperti, per diffondere gli incredibili benefici e impedire i possibili attentati alle libertà e ai diritti. E per questo, serve la politica democratica. Nel corso degli ultimi secoli, quello che è diventato l’Occidente democratico-liberale si è cullato nella convinzione che il progresso scientifico, in sé, fosse una potente, e invincibile, arma di progresso anche sociale e politico: l’innovazione crea benessere, questo cambia gli equilibri sociali, nasce un ceto borghese che chiede diritti e libertà. Ma gli sviluppi di questi anni confermano che la storia non è una freccia, indirizzata verso una meta obbligata. E che una società può essere tanto evoluta tecnologicamente quanto autoritaria politicamente. Del resto, basta guardare ai rapporti di Freedom House per notare che nel mondo, in parallelo con l’avanzata tecnologica, le condizioni della democrazia vanno peggiorando. Inneggiare al futuro tecnologico senza rispettare le condizioni perché esso si possa determinare e senza prepararsi a gestirne gli effetti rischia dunque di essere ingenuo.

E ci fa riflettere sugli equivoci e i rischi delle sedicenti democrazie illiberali per le quali il progresso esprime una pura volontà di potenza, sui cittadini e sul resto del mondo. D’altra parte, sono proprio il confronto, la libertà della ricerca, la laicità della scienza che hanno reso e rendono possibili il progresso scientifico: ragione di più per difendere questi irrinunciabili requisiti di civiltà anche da noi stessi, dalle nostre tentazioni “woke” e dal disegno di rendere università, centri di ricerca e mezzi di comunicazione luoghi depurati da ogni tentazione di pensiero anticonformista.

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