analisiFINCANTIERI-STX

Il nazionalismo alla francese dell’europeista Macron

di Marco Moussanet

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(Afp)

3' di lettura

Francia First. Per quanto Emmanuel Macron sia un europeista convinto, non c'è alcun dubbio sul fatto che metterà al primo posto della sua agenda politica, diplomatica ed economica la difesa, con ogni mezzo, degli interessi nazionali. Il che è peraltro legittimo, e persino doveroso, per chi di mestiere fa il presidente francese.

D’altronde il leitmotiv della sua campagna elettorale è stato proprio questo: «Una Francia più forte in un’Europa più forte». E il suo programma, alla voce «industria», era alquanto chiaro: «Trasformeremo il nostro modello economico e sociale affinché si creino tutte le condizioni di una riconquista industriale». O ancora: «I Paesi che hanno un’economia forte hanno uno zoccolo duro industriale e produttivo improntato alla conquista».

Non c’è quindi nulla di strano o sorprendente nella volontà, espressa due giorni fa a Saint-Nazaire, di rinegoziare l’accordo con Fincantieri su Stx siglato appena due mesi fa dal Governo socialista uscente. Macron ritiene, forse non a torto, che la soluzione individuata con l’intervento della Fondazione bancaria triestina sia sbilanciata a favore della società italiana. E che vada quindi rivisto con l’ingresso dei due grandi clienti dei cantieri francesi: l’italo-svizzero Msc (famiglia Aponte), che ha appena messo sul tavolo nuove commesse per 4,5 miliardi, e Royal Caribbean Cruises. Una soluzione che l’inquilino dell’Eliseo reputa più rispettosa dell’impegno a «tutelare la sovranità industriale» di Stx.

Un’idea peraltro non nuova. Proprio Macron, ai tempi in cui era ministro dell’Economia, ha sponsorizzato – senza successo - la costituzione di una cordata alternativa a Fincantieri incentrata sulle due grandi compagnie crocieristiche. Opzione che ora viene in qualche modo ripresa e alla quale non è probabilmente estraneo il braccio destro di Macron all'Eliseo: il segretario generale Alexis Kohler. Che è stato il suo capo di gabinetto a Bercy e consigliere dell'ombra di “En Marche!” ma soprattutto, fino a un mese fa, cfo di Msc a Ginevra.

Certo, c’è da interrogarsi sul valore, sull’affidabilità degli impegni presi ufficialmente, e firmati, dal Governo francese. Il quale per di più è recidivo: basti ricordare la penosa vicenda dell’ecotassa sui camion che ha coinvolto un’altra società italiana, Autostrade. Ma in politica – anche, forse soprattutto, in politica industriale – recriminare serve a poco. Bisogna attrezzarsi per fare i conti con un nuovo interlocutore, sicuramente più abile e agguerrito del precedente, con una concezione molto attiva del ruolo dello Stato – che oscilla senza tanti retropensieri tra liberismo e nazionalismo - e della gestione strumentale delle partecipazioni pubbliche strategiche.

Lo ha dimostrato, ancora una volta, da ministro dell’Economia con il caso Renault. Per sfruttare l’occasione fornita dalla legge sul doppio diritto di voto non si è fatto alcuno scrupolo – nonostante la palese contrarietà di Carlos Ghosn e l’irritazione di Nissan - nell’aumentare la quota pubblica nel capitale del costruttore. Promettendo un ritorno rapido alla situazione precedente che non c’è mai stato.

E lo ha dimostrato da presidente con la prima decisione presa dal “suo” Governo: costringere di fatto Renault e Psa (di cui pure lo Stato è grande azionista) ad aumentare i loro ordini pur di salvare l’azienda di componentistica GM&S e sgombrare il campo da un dossier sociale potenzialmente esplosivo.

Mentre per ora, pur esendo amico di lunga data con Yannick Bolloré (presidente di Havas, consigliere di Vivendi, destinato a succedere al padre Vincent, in prima fila al meeting “fondativo” di “En Marche!” il 12 luglio dell'anno scorso), non è apparentemente intervenuto in alcun modo, né da ministro né da presidente, nella vicenda Vivendi-Telecom-Mediaset.

Che comunque seguirà, sia pure da lontano, con grandissima attenzione. Perché nessun dossier – a partire ovviamente da quelli che coinvolgono più direttamente lo Stato – deve sfuggire alla logica dell'obiettivo più volte ribadito: una sempre maggiore integrazione industriale europea; meglio però se a guida francese; e comunque nella massima salvaguardia degli interessi francesi.

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