scienze

Il negazionismo scientifico e la psicologia sociale

di Enrico Bucci e Gilberto Corbellini


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4' di lettura

Si parla di “negazionismo scientifico” quando viene rifiutato il consenso raggiunto dai ricercatori su uno o più temi, anche dopo essere stati esposti a spiegazioni esaustive e alla presentazione dei migliori dati disponibili. Un atteggiamento che spesso si accompagna a credenze in teorie pseudoscientifiche, coerenti con una visione del mondo e con la propria emotività. Può variare in intensità: da un rifiuto “a prescindere” di ogni argomento proveniente dalla comunità scientifica – in quanto élite inaffidabile, portatrice di conflitti di interesse e financo di scopi perversi - fino al rifiuto selettivo delle conclusioni raggiunte su di uno specifico argomento – per esempio, chi riconosce come corretti i dati portati dalla ricerca sul cambiamento climatico, può essere allo stesso tempo contrario alla scienza circa efficacia e necessità delle vaccinazioni.

I “negazionisti selettivi” sono i più insidiosi e sono influenzati dalla percezione diretta hanno del mondo. Per esempio, negli ultimi sei mesi o poco più, in Madagascar, sono morti circa mille bambini di morbillo, a fronte di 60mila casi di malattia, diffusa e aggravata da povertà, malnutrizione e una sanità che non può garantire copertura vaccinale adeguata. Mentre in Madascar si muore, in occidente, dove la copertura sarebbe facilmente ottenibile, ci sono persone che scelgono di mettere a rischio la vita di decine di migliaia di bambini per mera stupidità o pregiudizio. Il punto è che in occidente il rischio reale e percepito è minore, perché grazie a sistemi sanitari efficienti e benessere economico i bambini che contraggono il morbillo muoiono più raramente che non nel mondo meno sviluppato. Ingiusto, vero?
Non solo sui vaccini le fonti scientifiche sono negate da una parte di cittadini: anche rispetto a cambiamenti climatici, sicurezza di piante o animali geneticamente modificati, patologie delle piante (Xylella), uso di psicofarmaci, etc. I media, soprattutto social, ribollono di gruppi di discussione al calor bianco, dove una parte diffida sguaiatamente delle conclusioni o delle motivazioni della comunità scientifica. L'idea più comune per spiegare la situazione è che questi negazionisti siano disinformati e che una migliore comunicazione della scienza farebbe cambiare loro idea. In realtà, non è così.
Ignorando il numero irrisorio di talebani, che sono per principio contrari ad ogni affermazione scientifica e sono negazionisti o complottisti su basi psichiatriche, un paio di decenni di ricerca empirica ha mostrato che una parte significativa di “negazionisti parziali” è mossa da atteggiamenti conservatori, da pregiudizi o da una intuizione distorta del rischio, per cui si oppongono a ogni innovazione perché considerano lo status quo come qualcosa da proteggere contro interventi che giudicano non chiari. Molti di questi individui pensano, ingannandosi, che i problemi attuali derivino da una decadenza rispetto a un passato mitico, cui si dovrebbe tornare. Per difendere queste credenze, dato che si tratta spesso di laureati che sanno costruire ragionamenti coerenti e autoconvincenti, chi critica l'uso della scienza ricorre anche… alla scienza; ovvero si appella o a qualche dato incerto o al fatto che la scienza non può prevedere tutto ed esistono fatti che non sono spiegati dagli scienziati, che quindi non possono pretendere di dare consigli. Questi stessi laureati, quando discutano di fatti scientifici che si accordano bene con la propria visione del mondo, sono i primi a difendere la ricerca: per esempio, si osserva di frequente che chi si oppone su basi non scientifiche alla coltivazione di OGM è schierato decisamente sulle posizioni della comunità scientifica quando si parli di cambiamento climatico. Il negazionista parziale, laureato e spesso su posizioni conformi a quelle della comunità scientifica, è anche in buona fede convinto di interpretare il ruolo dello scettico liberale, capace di accettare la scienza ben fondata, e di rifiutare con acute argomentazioni quella che gli appare “cattiva”.

È difficile correggerne le opinioni e i pregiudizi, per chi vi si voglia applicare. Per di più, nel mondo liberaldemocratico l'autodeterminazione è un valore importante: noi siamo stati allevati e alleviamo i nostri figli a pensare sempre con le proprie teste. Nessuno ci ha detto o dice “usate sempre la vostra testa tranne quando si tratta di vaccini, ogm, clima, psicofarmaci, etc.”. In Madagascar, invece, i genitori hanno meno sospetti verso la medicina, perché c'è povertà e malnutrizione, la mortalità infantile è alta, i livelli di istruzione sono molto bassi e le aspirazioni all'autodeterminazione sono per pochissimi.

Problema di psicologia sociale
Ne consegue che nei paesi occidentali, come dimostrato da più studi sociologici, quanto più alti sono il PIL e il livello di alfabetizzazione scientifici, più manifeste sono le riserve dei cittadini nei riguardi della scienza e dei dati scientifici in questo o quell'altro settore.

Il negazionismo riguardante la scienza è un pr oblema di psicologia sociale che va descritto realisticamente evitando campagne di linciaggio, ma senza tentennamenti. C'è qualcosa che si potrebbe fare, una volta inquadrato realisticamente il fenomeno e sul piano dell'atteggiamento comunicativo, che potrebbe ridurre una conflittualità che causa danni?
Sono anni che gli specialisti sanno che non è puntando sulla divulgazione scientifica che si risolvono queste difficoltà. La divulgazione scientifica serve a familiarizzare i cittadini con la presenza della scienza e la sua funzione nella società. Ma non è di aiuto in un contesto dove è in corso una crisi di fiducia sociale rispetto agli scienziati. Anche perché la divulgazione fa uso della narrativa, che crea pericolose trappole cognitive e alimenta modi di pensare alla scienza, anche da parte di scienziati, che sono fuorvianti.

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