FONDI PER LA RIPRESA

Il negoziato europeo elimini la retorica

I tre problemi che devono essere risolti con i corretti strumenti e le giuste negoziaizioni per superare la crisi con l’aiuto dell’Unione europea

di Sergio Fabbrini

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(makaule - stock.adobe.com)

I tre problemi che devono essere risolti con i corretti strumenti e le giuste negoziaizioni per superare la crisi con l’aiuto dell’Unione europea


4' di lettura

Ettore contro Achille? Davide contro Golia? Non funziona così l'Unione europea. A Bruxelles non ci sono guerre da combattere, come in un campo di battaglia. Ci sono negoziazioni continue da condurre con competenza e strategia. Esattamente le virtù che mancano ai leader sovranisti italiani, come Matteo Salvini e Giorgia Meloni. Non hanno la competenza per riconoscere che il Meccanismo europeo di stabilità (Mes), già rivisto, incide limitatamente sulla risposta alla pandemia. Non hanno la strategia per farci affrontare “da soli” (come propongono) gli effetti della pandemia. Con un debito pubblico che (nel 2020) supererà il 155 per cento del Pil, un deficit che raggiungerà il 10 per cento del Pil, un Pil che calerà del 9,1 per cento, come potremmo raccogliere nei mercati finanziari oltre 200 miliardi necessari per ripartire, se fossimo “da soli” e cioè privi dell'ombrello della Banca centrale europea (Bce) ed esclusi (come il Regno Unito) da tutti i programmi europei? Piuttosto che gridare all'orgoglio italiano ferito, i nostri sovranisti farebbero meglio a telefonare a Buenos Aires per farsi raccontare cosa significhi passare da una bancarotta finanziaria all'altra. Discutiamo invece i problemi veri, quelli emersi dalla riunione del Consiglio europeo di giovedì scorso. Tre sono cruciali.

Primo problema: con quali programmi rispondere alle conseguenze della pandemia? La divisione delle settimane scorse è stata ridefinita dai recenti negoziati. La posizione dei Paesi del nord, di basarsi esclusivamente sugli esistenti strumenti intergovernativi (come il Mes), è stata ridimensionata, non solo per la debolezza dei loro argomenti ma per l’insufficienza evidente di quegli strumenti. I prestiti messi a disposizione dal Mes, oltre che dalla Banca Europea degli Investimenti (Bei) e dalla Commissione (Sure), rappresentano poco meno di un quarto (intorno a 500 miliardi di euro) delle risorse ritenute necessarie (almeno 2.000 miliardi di euro) per ritornare alla situazione precedente la pandemia. Lo stesso Mes, che è stato alleggerito delle condizionalità del passato, fornirebbe all’Italia un contributo di 34-36 miliardi di euro, mentre solamente i decreti di marzo e aprile del «Cura Italia» prevedono una spesa che è più del doppio. Nell’attuale situazione non avrebbe senso rinunciare a quei prestiti, ma ne avrebbe ancora di meno incendiare il Paese per causa loro. È il Fondo di Ricostruzione (di 1.000/1.500 miliardi), invece, che può far ripartire l’economia italiana ed europea. Se il Fondo viene collegato al bilancio pluriennale dell’Ue, come si ottengono le risorse per raddoppiare quest’ultimo (portandolo dall’attuale 1 al 2 per cento del Pil complessivo dell’Ue)? La Germania si è detta disponibile ad aumentare il suo contributo nazionale, ma ciò è impraticabile per altri Paesi (come il nostro) che hanno già i loro bilanci sotto stress.

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Secondo problema: se non si ricorre ai trasferimenti nazionali, come si finanzia il Fondo? Per alcuni, attraverso l’emissione di obbligazioni europee o eurobond. Non si tratta di una novità. Già l’allora Comunità economica europea (Cee) emise eurobond nel 1975 per rispondere alla crisi petrolifera. La Bei, il Mes e in minima parte anche la Commissione europea derivano le risorse per i loro programmi emettendo obbligazioni (nei primi due casi garantite dai bilanci degli stati membri e nel terzo caso dal bilancio dell’Ue). Di fronte alla tragedia pandemica, si potrebbero emettere obbligazioni irredimibili o titoli di debito pubblico consolidato (come propongono, da ultimi, George Soros, Francesco Giavazzi, Guido Tabellini oppure il governo spagnolo di Pedro Sanchez), con gli stati e l’Ue incaricati solamente di pagarne il servizio (gli interessi). Per altri, invece, i finanziamenti per il Fondo potrebbero provenire da nuove risorse proprie dell’Ue (come una tassa sul digitale ed una sulle emissioni di carbonio, secondo la recente proposta di Carlos Closa, George Papaconstatinou e Miguel Poiares Maduro). In questo modo non si peserebbe sui bilanci nazionali, già sottoposti a stress, evitando di accentuare le differenze tra gli stati membri dell’Ue.

Terzo problema: una volta acquisite, come verranno distribuite le risorse del Fondo? Togliamo subito dal tavolo le preoccupazioni infondate. Quelle risorse dovranno servire a rilanciare l’economia dei Paesi colpiti dalla pandemia, non già a pagare i loro debiti pregressi. L’utilizzo delle risorse dovrà essere affidato alla Commissione europea, che le assegnerà sulla base di fini precisi e sotto il controllo del Parlamento europeo e dei governi nazionali, vigilando quindi sul loro uso. Non si tratta di trasferire sovranità a Bruxelles. Bruxelles già dispone della competenza per agire nel mercato unico come un’organizzazione sovranazionale e già dispone di un assetto istituzionale dotato di una sua legittimità democratica. La Commissione potrebbe essere integrata, nella sua operatività, dal presidente del Consiglio europeo, dando così maggiore coesione e coerenza all’azione esecutiva dell’Ue. Sgombrato il tavolo dalle preoccupazioni infondate, rimane invece il problema di come assegnare quei fondi. Si tratta di un problema che è economico e politico insieme. Con le sovvenzioni (grants), e non con i prestiti (loans), è possibile ricostruire un level playing field paritario tra gli stati membri, oltre che rafforzare l’autonomia delle istituzioni sovranazionali dai governi nazionali. Pochi giorni fa, il ministro delle Finanze tedesco Olaf Scholz ha riconosciuto che i grants sono uno strumento utile per aiutare i Paesi più colpiti, proponendo una combinazione di grants e loans. Qui si gioca la ripresa economica italiana e il futuro dell’Ue.

Insomma, il negoziato europeo è molto più complesso di una guerra retorica. La pandemia ha messo in ginocchio molti Paesi, ma ha anche dimostrato che ci si può alzare insieme. Insieme, attraverso il rafforzamento delle istituzioni sovranazionali, le uniche che possono promuovere un interesse europeo. Lasciamo perdere l’orgoglio italiano, mobilitiamo piuttosto l’intelligenza italiana, preparandoci ad usare le risorse del Fondo per renderci più moderni e più coesi.

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