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Il «no» della Francia dietro la fumata nera sull’allargamento Ue a Macedonia del Nord e Albania

Macron, alle prese con le pressioni da destra del Front National, è molto cauto sull’allargamento per non dare alla Le Pen un nuovo argomento contro l’immigrazione

di Beda Romano


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Da sinistra, il premier macedone Zoran Zaev con il vice presidente della Commissione europea Frans Timmermans (Reuters)

2' di lettura

DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
BRUXELLES – È stato un dibattito lungo, acceso, e per ora infruttuoso. I Ventotto non sono riusciti dopo oltre sei ore di discussioni a trovare nella notte di giovedì 17 ottobre un accordo su futuro dell’allargamento dell'Unione. In lizza per l’apertura di un negoziato di adesione sono l’Albania e la Macedonia del Nord.

Nulla da fare per l’opposizione di alcuni paesi, in particolare di Parigi. La posizione francese è almeno in parte legata al clima elettorale in vista del voto locale dell’anno prossimo.

Le discussioni sono state «molto emotive», ha detto un diplomatico, a margine del vertice europeo di due giorni, che si tiene giovedì 17 e venerdì 18 ottobre qui a Bruxelles. Da ormai un anno e mezzo, i Ventotto stanno discutendo se consentire ai due paesi dei Balcani di iniziare (lunghe) trattative per aderire all’Unione. In giugno avevano promesso che in ottobre avrebbero dato il sofferto via libera. Nella notte tra giovedì e venerdì ciò non è stato possibile (la scelta è all’unanimità).

Parigi ritiene che il metodo dell’allargamento vada rivisto. D’altro canto, il rapporto preparato della Commissione europea suggerisce il via libera al negoziato, ma senza nascondere che i due paesi devono ancora completare una serie di riforme. Nel suo rapporto, Bruxelles nota che in Macedonia il sistema giudiziario è «moderatamente preparato» e che l’Albania nella lotta alla corruzione «è preparata, ma solo in alcuni campi».

L’atteggiamento della Commissione europea è comprensibile. C’è il desiderio di dare un futuro a questi paesi pur di stabilizzare la situazione politica della regione ed evitare nuove pericolose derive. È la visione anche dell’Italia, che ai Balcani è vicina geograficamente, economicamente e culturalmente. Al tempo stesso, nel mettere l’accento sul ritardo dei due paesi, Bruxelles contribuisce ai dubbi di stati membri quali la Francia, l’Olanda e anche la Danimarca.

C’è di più. Il governo francese non ha torto quando sostiene che l’allargamento dell’Unione complica il processo di approfondimento dell’Unione. Certo, le due tendenze possono correre parallele, ma non è semplice, e rischiano di inquinarsi a vicenda, tanto più mentre l’Unione è ancora alle prese con Brexit. Al tempo stesso, si potrebbe sostenere che aprire le porte all’Albania e alla Macedonia sarebbe un modo per controbilanciare l’uscita del Regno Unito.

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Più in generale, il processo di allargamento è tradizionalmente fonte di nervosismo nelle file dell’establishment francese, ritenuto sinonimo di immigrazione clandestina e cavalcato elettoralmente dalla destra nazionalista. Appena qualche giorno fa, la presidente del Rassemblement National Marine Le Pen ha affermato che «il pericolo islamista» è «un pericolo mortale che il governo peggiora giorno dopo giorno con la propria politica migratoria», troppo generosa.

Pur di contrastare i Le Pen, nel 1991 l’allora presidente neogollista Jacques Chirac aveva parlato del «rumore e dell’odore» dominanti in alcuni quartieri francesi, provocando inevitabili polemiche. Osservatori qui a Bruxelles giustificano quindi la posizione di Emmanuel Macron, guardando al prossimo voto locale, previsto in marzo. La popolarità del presidente francese rimane fragile. «Forse dopo il voto Parigi cambierà posizione», notava un diplomatico a margine del vertice europeo.

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