INTERVENTI

Il nodo degli obbligazionisti poco consapevoli

Le regole che assicurano comportamenti trasparenti da parte degli intermediari bancari da sole non bastano

di Francesco Ciampi

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Le regole che assicurano comportamenti trasparenti da parte degli intermediari bancari da sole non bastano


4' di lettura

L’analisi del “tasso di copertura” dei crediti deteriorati consente di individuare la misura in cui i non performing loan (Npl) di una banca sono stati svalutati, con conseguente imputazione a conto economico delle perdite attese. In base agli ultimi dati ufficiali disponibili per il sistema bancario italiano nel suo complesso, tale tasso è pari al 53%, 10 punti in più rispetto al 2008 e 8 punti in più rispetto alla media europea. Con specifico riferimento al tema dei crediti deteriorati, la qualità del patrimonio delle nostre banche è dunque complessivamente migliore rispetto alla media europea: a una maggior prudenza nella valutazione dei crediti deteriorati corrisponde infatti una minore esigenza prospettica di effettuare ulteriori svalutazioni.

Tale risultato è stato conseguito grazie alla presenza di un modello di banca “tradizionale” (improntato a criteri di prudenza nella concessione dei prestiti a famiglie e imprese) e alla efficace azione di vigilanza condotta in questi anni da Banca d’Italia, che ha monitorato tempo per tempo l’adeguatezza delle rettifiche di valore effettuate dalle nostre banche, richiedendo adeguamenti, talvolta anche molto consistenti, agli istituti che presentavano tassi di copertura insufficienti.

Le valutazioni cambiano se si suddivide l’universo delle banche tra significant institution (Si), quelle che presentano un attivo di bilancio superiore a 30 miliardi di euro (e sono quindi sottoposte alla vigilanza diretta della Bce) e less significant institution (Lsi), che rappresentano più della metà delle banche italiane (400 istituti con impieghi lordi complessivi pari a 215 miliardi di euro). I tassi medi di copertura delle Lsi si posizionano su livelli sensibilmente inferiori rispetto quelli delle Si (47,6% contro 53% per il totale dei crediti deteriorati, 59,9% contro 65,7% per le sole sofferenze, 33,4% contro 38,6% per gli altri crediti deteriorati): sebbene dal 2011 a oggi si sia ridotto di circa 8 punti, il gap complessivo resta superiore ai 5 punti percentuali (quasi 6 punti per le sole sofferenze).

Il fatto che i crediti deteriorati delle banche più piccole siano maggiormente presidiati da garanzie reali rispetto a quelli del resto del sistema non è sufficiente a giustificare questo ampio divario, come dimostrano le elevate rettifiche subite dalle sofferenze delle quattro banche italiane (Banca Etruria, Cassa di Risparmio di Ferrara, Banca Marche e Cassa di Risparmio di Chieti) oggetto del piano di salvataggio deliberato da Banca d’Italia nel novembre del 2015 (il valore netto di tali sofferenze fu svalutato al 17,7% del valore nominale).

È dunque ragionevole ipotizzare la presenza di un certo grado di sopravalutazione contabile dei crediti deteriorati delle piccole e medie banche italiane ovvero, detto in altri termini, la presenza di perdite latenti, non ancora emerse, ma che potrebbero manifestarsi in futuro nel mondo delle banche di non grandi dimensioni.

Il default delle quattro piccole banche avvenuto a fine 2015 e, più recentemente, i dissesti di Veneto Banca e di Banca Popolare di Vicenza (2017) e quelli di Banca Popolare di Bari e di Banca Carige (2019) hanno riportato al centro del dibattito accademico e professionale il tema della fiducia dei risparmiatori nei confronti del sistema bancario italiano. Si è trattato di un fenomeno limitato poiché il dissesto e il successivo piano di salvataggio hanno riguardato solo un numero limitato di banche. Tuttavia, valutando l’entità complessiva delle perdite latenti sopra citate (1,2 miliardi di euro è il valore delle maggiori rettifiche che le Lsi dovrebbero effettuare per adeguare i loro “gradi di copertura” a quello delle Si) e considerando che tra i 400 istituti italiani less significant vi sono banche molto più solide della media, ma vi sono anche banche molto meno solide della media, non può essere escluso il ripetersi di fenomeni di default di altri istituti bancari, specie di quelli di dimensioni minori. Tali fenomeni, ai sensi della vigente normativa sul bail in, coinvolgerebbero oggi anche i detentori delle obbligazioni ordinarie (e non più solo gli azionisti e i detentori di obbligazioni subordinate, come avvenuto nel caso delle quattro banche fallite a fine 2015), con conseguente rilevante estensione della platea dei risparmiatori coinvolti: le famiglie italiane detengono oggi quasi 60 miliardi di euro di obbligazioni ordinarie, pari a oltre il 20% del valore di tutte le obbligazioni in circolazione emesse da banche italiane.

Il fallimento delle quattro banche avvenuto a fine 2015 ha messo in discussione la fiducia dei risparmiatori italiani nei confronti delle piccole banche locali e ha indotto molti di essi a spostare i propri risparmi verso banche di dimensioni maggiori, ritenute più solide e quindi più sicure. Tuttavia si è trattato di comportamenti generati da reazioni emotive del momento. In realtà queste vicende finanziarie hanno fatto emergere l’inadeguato grado di consapevolezza dei detentori di obbligazioni bancarie circa i rischi che stavano correndo (e circa le soluzioni possibili per limitarli), riportando al centro dell’attenzione l’esigenza di garantire un’efficace tutela, nel senso indicato dall’art. 47 della Costituzione, al risparmiatore che ha investito o deve valutare di investire in prodotti finanziari emessi dal sistema bancario.

A tal fine è certamente fondamentale l’esistenza di regole che assicurino comportamenti trasparenti da parte degli intermediari bancari. Tali regole non sono però sufficienti se il risparmiatore non è posto nelle condizioni di formulare scelte finanziarie consapevoli, basate su adeguate informazioni relative al grado di copertura dei crediti deteriorati e, più in generale, alla solidità patrimoniale e finanziaria dell’istituto bancario emittente.

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