lA RIPRESA DIFFICILE

Il nodo-riforme, piano nazionale in 4 assi

di Gianni Trovati


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(Ansa)

4' di lettura

Privatizzazioni, concorrenza, efficienza della Pa e misure fiscali di rilancio della produttività. Correrà su questi quattro assi il nuovo piano nazionale delle riforme che il governo sta preparando in vista del Def di aprile, nell’orizzonte che terrà dentro anche le misure sull’aggiustamento da 3,4 miliardi chiesto dalla Commissione Ue sul bilancio 2017.

Sul piano politico, l’unione delle due partite è essenziale per non ridurre il confronto con la Commissione sull’ottica di breve periodo degli interventi correttivi sui conti 2017. L’obiettivo indicato dal premier Paolo Gentiloni e dal ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan di giocare ad aprile la partita mini della correzione insieme a quella maxi del programma di riforme è stato sostanzialmente raggiunto la scorsa settimana, dopo che la Ue ha diffuso il rapporto sul debito senza aprire formalmente la procedura d’infrazione proprio in attesa delle misure annunciate da Roma.

Misure, va detto, su cui il lavoro dei tecnici è in pieno corso per adattare il mix di interventi pensato all’Economia con le obiezioni arrivate dal Nazareno sull’aumento delle accise e con il confronto europeo sul via libera all’estensione dello split payment.

Non è questo, però, il terreno centrale del rilancio di aprile, che punta a Def e piano nazionale delle riforme mirando ad avviare davvero la riduzione del peso del debito pubblico. In due modi: agendo sulla mole del passivo, ovviamente, ma anche con l’obiettivo di dare più spinta al Pil rendendo un po’ più solida la crescita finalmente raggiunta dall’Italia.

Il menu, nelle intenzioni che andranno tradotte nelle prossime settimane in un calendario di misure con data di attuazione incorporata, viaggerà in continuità con i binari seguiti dal governo Renzi, e servirà a rilanciare l’azione del governo in vista di elezioni che sembrano riallontanarsi al 2018 anche alla luce delle dichiarazioni domenicali dell’ex premier. In quest’ottica, sembrano avere un peso relativo i mal di pancia emersi in queste settimane nel Pd e negli scissionisti, che sembrano nascere da esigenze di posizionamento politico nella battaglia a sinistra più che da ricette alternative per affrontare le incognite del debito.

In quest’ottica, torna centrale il tema privatizzazioni, che come ha del resto sottolineato nei giorni scorsi lo stesso Padoan rimarrà al centro del programma di riforme con l’obiettivo di portare già quest’anno fino a 8 miliardi (cinque decimali di Pil) con la seconda tranche di Poste e con Ferrovie. Non è solo un problema di cassa a orientare queste scelte, che hanno l’obiettivo esplicito di far crescere «l’efficienza manageriale» delle aziende interessate senza rinunciare al controllo dello Stato sul loro timone.

Efficienza e cassa viaggiano insieme anche su un altro versante possibile di dismissioni, quelle immobiliari. Sul punto, non è certo possibile inondare il mercato con una quota importante dei 16mila immobili pubblici potenzialmente vendibili, e la strategia è in due tempi. Le vendite, per le quali i programmi richiamati dalla Ue nel rapporto sul debito parlano di un miliardo all’anno, vanno precedute e accompagnate dagli investimenti per mettere sul mercato pezzi pregiati e non scarti: i 34 progetti per i federal building chiamati a concentrare in un immobile unico gli uffici pubblici in altrettante città, per esempio, valgono quest’anno 1,4 miliardi di investimenti, in larga parte finanziati tramite Inail e quindi senza incidere sul debito pubblico. Il ricorso a finanziamenti di fondi immobiliari, targati Invimit e Cassa depositi e prestiti, accompagna anche i processi di valorizzazione degli immobili degli enti territoriali, che per questa via possono generare investimenti senza aumentare il debito e con l’obiettivo anche di ridurre la spesa corrente per la gestione del mattone. Ma un ruolo aggiuntivo di Cdp potrebbe giocarsi in prospettiva con nuove operazioni di acquisto e rivalorizzazione di asset, con finanziamento da parte del sistema bancario che in questo filone troverebbe opportunità a basso rischio e ad alto potenziale.

Ma l’operazione anti-debito passa anche dalla spinta alla crescita, come ha ricordato lo stesso rapporto Ue della settimana scorsa evocando l’«effetto valanga» che fa crescere il valore del debito quando i tassi corrono a ritmi più vivaci rispetto al Pil. Da questo punto di vista, il piano nazionale delle riforme proseguirà sul sentiero degli incentivi fiscali agli investimenti per aiutare la produttività delle imprese, e dovrà mettere in agenda anche un taglio al cuneo fiscale che continua a rappresentare uno dei freni maggiori alla competitività delle imprese italiane.

Altro ingrediente chiave sarà la concorrenza, che oltre a essere rilanciata nel piano nazionale delle riforme dovrà passare attraverso l’accelerazione del disegno di legge in Parlamento ormai da due anni. La macchina, però, è chiamata a ripartire subito anche perché il governo intende utilizzare il provvedimento per approvare anche la norma anti-scalata, cioè l’obbligo di comunicare al mercato i propri obiettivi da parte di chi intende aggredire una società quotata e attiva nei settori considerati «strategici». Il testo tornerà nei prossimi giorni in commissione al Senato per poi riapprodare all’esame dell’Aula il 9 marzo con un testo su cui il governo è già pronto a chiedere la fiducia, in vista di una rapida ratifica successiva alla Camera.

Nel capitolo «efficienza della Pa», invece, il piano potrà “vantare” l’arrivo verso il traguardo dei decreti attuativi della legge delega, a cui andrà affiancato un piano deciso sulla digitalizzazione. Il punto, comunque, è non rinchiudere il confronto con la commissione nei confini angusti dello 0,2% del Pil, un terreno da cui la stessa Ue ha interesse a uscire per non presentarsi solo in una veste ragioneristica parecchio scomoda in un anno scandito da appuntamenti elettorali decisivi.

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