tessile

Il nodo da sciogliere è la materia prima

Dal 2015 le aziende mettono al centro l’ambiente: resta il rebus dei controlli delle forniture che entrano nella Ue

di Giulia Crivelli

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Dal 2015 le aziende mettono al centro l’ambiente: resta il rebus dei controlli delle forniture che entrano nella Ue


3' di lettura

Non si stancherà mai di ripeterlo, Marino Vago: la filiera italiana del tessile-abbigliamento, in particolare nella sua parte a monte, è sostenibile da prima che la parola entrasse nel linguaggio comune. Vago è presidente di Sistema moda Italia (Smi), la componente più importante di Confindustria Moda, che rappresenta invece l’intera filiera, ma è anche imprenditore tessile. Da qui la posizione sulla sostenibilità: «Le imprese del nostro settore sono da sempre radicate sul territorio. Lo conoscono e lo rispettano, dal punto di vista ambientale e sociale, perché quasi sempre i fondatori e i manager delle aziende vivono in quel territorio – spiega Marino Vago –. Comportarsi in modo responsabile è il modo per dare un futuro all’azienda».

Una posizione da idealista, potrebbe dire qualcuno. Forse. Ma suffragata dai numeri che emergono da un’indagine conoscitiva fatta da Sistema moda Italia e dal Centro studi di Confindustria Moda tra agosto e settembre di quest’anno presso le aziende associate a Smi, proprio sul tema “Sostenibilità ed economia circolare nel tessile-abbigliamento”. Dall’indagine risulta innanzitutto che il 66,7% delle aziende ha iniziato ad affrontare il tema della sostenibilità a partire dal 2015. Ben prima, dunque, che il tema diventasse una priorità – anche di comunicazione (il cosiddetto green washing) – per l’intera filiera e in particolare per la parte a valle, i marchi che si rivolgono direttamente al consumatore finale.

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Se da una parte la filiera italiana del tessile-abbigliamento è l’unica al mondo ad essere integra e di alta qualità, alcune materie prime e prodotti chimici vengono per loro natura importati. Qui la definizione green diventa cruciale, perché indica anche la sostenibilità ambientale e sociale della coltivazione e della lavorazione di materie naturali come cotone, lane, cashmere e altre ancora. Dall’indagine emerge che a oggi il 30,6% del campione si approvvigiona di materia prima green solo in aree extra Ue; segue un 22,2% che, invece, acquista «sia in Italia sia nell’Unione europea sia in Paesi extra Ue», mentre il 16,7% «sia in Italia sia in extra Ue». Il dato interessante è che il 61,8% ha iniziato operativamente a effettuare approvvigionamenti green dal 2015, ma a partire dal 2018 e 2019 si rileva un aumento delle aziende interessate dal fenomeno.

Sugli acquisti totali di materia prima, quella green incide per il 23,4%.Più in dettaglio, per il 40% degli intervistati incide «per meno del 10%», per il 37% «tra 10% e 25%», solo per l’11% pesa tra «70% e 90%». Il maggior ostacolo al percorso green del tessile-abbigliamento è da riconoscere nelle «difficoltà di approvvigionamento» e nella normativa incerta o di ostacolo.

Tra le altre problematiche segnalate dalle aziende interpellate da Smi c’è la presenza di residui di sostanze chimiche pericolose superiore a quella accettata dai clienti. Temi sottolineati da Marino Vago a commento dell’indagine: «Le aziende italiane, lo dico da sempre, sono particolarmente sensibili e attente alle tematiche legate alla sostenibilità ambientale e sociale. Ma oltre al coinvolgimento e alla sensibilità del singolo, servono regole chiare, condivise a livello internazionale e che permettano valutazioni corrette ed il più possibile omogenee». Importante anche la verifica di ciò che entra nell’Unione europea: «Altro cardine per una crescita sostenibile della manifattura italiana ed europea è il controllo dei mercati, severo e anch’esso condiviso, in modo che in Europa non entrino merci prive di standard qualitativi verificati e verificabili, come invece ancora accade – aggiunge Vago –. Tali manufatti hanno un impatto controproducente per le politiche di riciclabilità del tessile e creano ostacoli operativi». Il presidente di Smi guarda però al futuro con un cauto ottimismo: «Speriamo che il Green Deal annunciato da Bruxelles possa dare uno slancio verso l’economia circolare e la creazione di norme ad hoc: la sostenibilità è già un asset del nostro settore, mentre l’economia circolare deve creare un nuovo paradigma che farà la reale differenza».

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