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Il nome disegnato della rosa annotata

La nuova edizione esce arricchita da un’appendice con disegni e annotazioni dell’autore

di Mario Andreose

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La nuova edizione esce arricchita da un’appendice con disegni e annotazioni dell’autore


4' di lettura

La nuova edizione del Nome della rosa, nell’imminente quarantesimo anniversario della prima, esce arricchita da un’appendice con disegni e annotazioni manoscritte dell’autore, ulteriore testimonianza, accanto alle Postille, della genesi dell’opera.

Innanzi tutto, vi troviamo la fisionomia dei personaggi principali, «per sapere quali parole mettere loro in bocca». Strepitosa l’invenzione di Jorge, mentre i tratti di Guglielmo si attagliano meglio al volto affilato di Turturro piuttosto che a quello del seduttivo agente segreto Sean Connery. Per i dettagli architettonici dell’abbazia e in particolare la pianta della biblioteca-labirinto, l’autore, che si definisce un «medievista in ibernazione», dispone di competenza acquisita fin dai tempi della tesi di laurea su «Il problema estetico in san Tommaso» che lo indusse a disertare la fornita biblioteca dell’Università di Torino per recarsi direttamente a Parigi e nei siti delle meraviglie romaniche e gotiche francesi. Una terza sezione, che sarebbe stata molto apprezzata dagli storici delle «Annales», riguarda la cultura materiale in una abbazia benedettina del XIV secolo, dalla produzione della preziosa pergamena per lo scriptorium agli attrezzi agricoli e agli utensili per la vita quotidiana.

Riguardo alla fortuna del romanzo, non è facile fare un computo preciso, perché all’epoca alcuni Paesi del blocco sovietico e Cuba non avevano ancora aderito alla convenzione di Ginevra sul diritto d’autore, per non dire delle edizioni pirata, come quella di una tipografia clandestina napoletana e una in lingua araba uscita con il titolo, non del tutto impertinente, Sesso in convento. Comunque le edizioni straniere registrate a oggi sono cinquanta, e oltre cinquanta milioni si possono valutare le copie vendute, di cui sette in Italia. Ma nonostante la partenza a razzo dell’edizione italiana non fu immediata né generosa l’accoglienza dei primi editori stranieri. In Francia, il Seuil, casa editrice dell’Eco saggista, lo rifiutò con l’avvertimento che stava compiendo un errore a proporsi come romanziere. E qui mi sia consentito ricordare una cara amica, Nicky Fasquelle, appena stroncata dal coronavirus, a lungo direttrice del «Magazine littéraire» e moglie di Jean-Claude Fasquelle, allora presidente di Grasset, che lo lesse velocemente in italiano, essendo triestina di origine, e contagiò del suo entusiasmo il marito e la figlia Ariane, allora direttrice editoriale.

Curiosamente anche per la traduzione in lingua inglese fu determinante l’intervento di una donna straniera naturalizzata americana: Helen Wolff, serba di nascita, fondatrice con il marito Kurt di Pantheon Books, all’epoca consulente per Harcourt Brace. A Helen e a Drenka Willen, anche lei serba, che le succederà, si deve l’introduzione negli Usa dei più importanti scrittori stranieri, compresi i, successivamente, premi Nobel Günter Grass, Mario Vargas Llosa, Saramago, Octavio Paz e la Szymborska. Helen riesce, dopo i rifiuti di altri editori, a piazzare Il nome della rosa da Harcourt Brace con un anticipo di seimila dollari. Contemporaneamente, l’editore inglese Secker acquisisce i diritti per il Regno Unito con un anticipo di quattromila sterline. Al di là degli anticipi, il varo dell’edizione in lingua inglese risulta fondamentale per la diffusione in altri Paesi.

The Name of the Rose esce quindi in America tre anni dopo l’edizione italiana e io vado a New York per vedere come è stato disposto nelle, allora, meravigliose librerie sulla Quinta Strada: Rizzoli, Doubleday, Scribner’s. Drenka, ora direttore editoriale, mi viene incontro con un sorriso come trattenuto e mi indica sul muro dietro alla sua scrivania un ritaglio di giornale appiccicato con lo scotch: era la classifica del «New York Times Book Review» che sarebbe uscito allegato al giornale della domenica: “Number One!”, mi dice. La stessa cosa accadeva in Inghilterra nel supplemento del «Sunday Times».

Rimane la questione della conversione di Eco al romanzo: a chi glielo domandava, se l’era sempre cavata con la battuta: «Avevo voglia di avvelenare un monaco». Eppure qualche indizio di questa tentazione doveva pure esserci. Ne ho avuto conferma, sfruttando la reclusione sanitaria di questi lunghi mesi: ho aperto finalmente la scatola di un bellissimo regalo che Umberto mi aveva fatto, forse in ragione della comune esperienza bompianea, sia pure in epoche successive. Si tratta della collezione completa dell’Almanacco Bompiani, dalla quale ho estratto il volume del 1972. Titolo Cent’anni dopo, sottotitolo «Il ritorno dell’intreccio» a cura di Umberto Eco e Cesare Sughi (con una godibilissima antologia illustrata, con interventi critici di, tra gli altri, Roland Barthes, Barilli, Angela Bianchini e citazioni di Gramsci, Marx e Engels). Il testo di presentazione parte dalla constatazione che l’industria editoriale e di comunicazione di massa, quindi libri, radio e televisione paiono affascinati dall’intreccio ottocentesco. I teleromanzi, precursori delle nostre serie tv, spopolano con I miserabili, Il Conte di Montecristo e Arsenio Lupin trainando anche la vendita dei libri. Ritornano I tre moschettieri e I misteri di Parigi, di Salgari esce un’edizione annotata a cura di Mario Spagnol, allora direttore editoriale della Mondadori. E poi Sherlock Holmes, Fantômas e Rocambole. Conosciamo la dimestichezza con questo mondo letterario popolare dell’Eco esegeta critico di Apocalittici e integrati. Ma, non so quanto volontariamente, tanta nostalgia dell’intreccio pone implicitamente in evidenza un buco di fatturato, secondo il linguaggio odierno, della narrativa contemporanea. Stiamo parlando di una stagione letteraria minata dalla ricorrente profezia della «morte del romanzo», esito tutt’altro che assorbito dell’impatto galattico di Joyce e Proust, e del contributo tellurico delle avanguardie come il Gruppo 47, il Nouveau Roman e il Gruppo 63, di cui Eco è stato protagonista di primo piano.

Ma qui, nel suo saggio L’industria aristotelica, riguardo all’intreccio, sembra voler rinfrescare una ricetta dello Stagirita: «…prendete un personaggio, con cui il lettore possa identificarsi, non decisamente malvagio ma nemmeno troppo perfetto, e fategli accadere casi tali che lo facciano passare dalla felicità alla infelicità o viceversa, attraverso peripezie e riconoscimenti. Tendete l’arco narrativo oltre ogni limite possibile, in modo che il lettore o lo spettatore provino pietà e terrore a un tempo. E quando la tensione sarà giunta allo stremo, fate intervenire un elemento che sciolga il nodo inestricabile dei fatti e delle passioni conseguenti. Sarà un prodigio, un intervento divino, una rivelazione e un castigo improvviso: ne sopravvenga in ogni caso una catarsi». Si direbbe un briefing adeguato al Nome della rosa, basta solo aggiungere la tecnica del feuilleton, che “crea attesa” tra un fascicolo, pardon: capitolo, e l’altro.

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