ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùin onda su rai 1 dal 4 marzo

«Il nome della rosa», con la serie Tv Rai vince l’anima politica di Eco

di Serena Uccello

In fiamme l'abbazia che ispirò Eco per "Il nome della rosa"


4' di lettura

La conoscenza contro il totalitarismo, cioè il potere in qualunque sua forma, la forza della ragione e del ragionamento contro i fanatismi, la logica contro la mistificazione (oggi potremmo dire il reale contro l’inventato), ma anche l’accoglienza contro il rifiuto, l’empatia contro l’arroganza, la forza dell’eresia contro l’ordine precostituito o imposto. Se la sfida di Giacomo Battiato e dei suoi sceneggiatori era di fare de Il nome della rosa, la serie in quattro puntate che andrà in onda dal 4 marzo, un racconto fitto che enfatizza, così come è nel romanzo di Umberto Eco, gli snodi della modernità, questa sfida ci pare vinta.

Premessa: non cercate i riferimenti o i richiami alla versione cinematografica, quella del 1986 diretta da Jean-Jacques Annaud con Sean Connery nei panni di Guglielmo da Baskerville perché non ne troverete. E per fortuna. Le scelte narrative degli sceneggiatori (Andrea Porporati, Giacomo Battiato e lo stesso Turturro) vanno in un’altra direzione, non solo ovviamente perché imposte dalla differente durata del racconto, ma perché qui l’urgenza sembra quella di restituire la dimensione «politica» delle pagine di Eco.

Allo stesso modo, dimenticate Sean Connery e concentratevi su John Turturro. Anche in questo caso non certo perché il confronto sfavorisce l’attore itaolamericano ma per la ragione opposta. Dice Turturro che di Guglielmo quello che gli interessava evidenziare era il tratto della speculazione, l’acutezza dell’intelligenza, ovvero «il suo processo mentale della conoscenza». Ed è convincente questo Guglielmo dal volto scavato che usa l’erudizione, più che per convincere, per investigare e smitizzare. A fronteggiarlo in modo altrettanto convincente Rupert Everett, quasi irriconoscibile, nei panni dell’inquisitore Bernardo Gui. I due si scontreranno nella Disputa tra la delegazione di papa Giovanni XXII e quella dei dotti francescani che sono accusati di voler destituire il potere temporale della Chiesa. L’incontro proprio nell’abbazia dove si svolsero «gli eventi mirabili e tremendi» cui «accadde di assistere» in gioventù al novizio Adso da Melk (Damian Hardung) e di cui si accinge «a lasciare su questo vello testimonianza... giunto al finire della mia vita di peccatore».

La trama storica qui è allargata: il racconto «delle vicende accadute all’abbazia di cui è bene e pio si taccia ormai anche il nome, al finire dell’anno del Signore 1327 in cui l’imperatore Ludovico scese in Italia per ricostituire la dignita del Sacro romano impero» viene inserito nel quadro delle guerre che opponevano il regno tutto terreno fatto di spade del papa a quello dell’imperatore. Così la lotta di quella Chiesa contro l’Ordine dei Francescani non solo è la lotta tra due visione del regno di Dio in terra ma tra due modelli di gestione del potere. E qui spunta lo spettro del totalitarismo. Della fede che diventa fanatismo e del fanatismo che genera guerre e delle guerre che schiacciano solo i più deboli. Le guerre che scardinano popoli polverizzandone le radici e parcellizandoli nel mondo. La risposta è l’accoglienza. I poveri che premono alle porte dell’Abbazia sono poveri perché scappano dalle guerre e per questo è giusto accoglierli («non vi vogliono qui, questa è gente che fugge dalla guerra») .

Il nome della rosa, il romanzo di Eco diventa serie  Tv Rai

Il nome della rosa, il romanzo di Eco diventa serie Tv Rai

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Il peccato è più abominio politico o nevrosi individuale che ribellione a Dio: come considerare l’abate Abbone (straordinario Michael Emerson) che per quietare le sue ansie e trovar sollievo dall’angoscia generata dai suoi fantasmi idolatra, ricoprendola di gioielli, la statua di una madonna? Dell’eresia viene stressato più l’aspetto della rivolta sociale che gli elementi teologici. Dolcino è un rivoluzionario che cerca l’uguaglianza più che un fuoriuscita dalla dottrina. E se nel romanzo Dolcino e Margherita, la sua compagna, vengono citati 32 volte, qui la loro vita prende corpo e diventa una sotto-storia. Su questo punto Battiato ci tiene a specificare che Eco, che aveva visionato il progetto di Porporati, conosceva la loro intenzione di sviluppare questa parte, «che era d’accordo e che anzi si era assicurato che venisse fatta nel modo più giusto» in particolare per quanto riguardo appunto la restituzione di Dolcino e del suo movimento.

C’è dunque pure Anna che di Dolcino (Alessio Boni) e Margherita è figlia e che nella prima puntata vive la disperazione del lutto (Greta Scarano interpreta sia la madre che la figlia): suo marito e suo figlio sono uccisi dall’esercito del papa durante una delle tante violente quante stolte battaglie contro gli eretici. La scena della madre che sopravvive al figlio è oggettivamente uno squarcio struggente. I volti insanguinati di marito e figlio sono il simbolo del male che attraverso la storia entra e sovverte le singole esistenze.

È stato lo stesso Eco a decidere per la cessione dei diritti alla 11 Marzo Film che poi ha coinvolto nella produzione Palomar, Rai Fiction con Tele Munchen Group. Le scene sono state girate tutte in Italia in parte negli studi di Cinecittà a Roma e, nelle location dal vero, in Abruzzo e Umbria. Il cast ha recitato in inglese. Ventuno settimane di girato, otto puntate da 50 minuti, e un budget pari a 26 milioni. La serie che verrà trasmessa in contemporanea Rai anche dalla Bbc «è già stata venduta - ha spiegato Nicola Serra, uno dei produttori assieme a Matteo Levi e a Carlo degli Esposti - in moltissimi Paesi». Da Sky in Germania, da Ocs in Francia, da Sundance Tv in Usa e Canada, da Yle in Finlandia, da Nrk in Norvegia, da Drtv in Danimarca, da Sbs in Australia, da Vrt in Belgio, da Rtp in Portogallo, da Ceska Tv nella repubblica Ceca, da Sky in Nuova Zelanda e da Iti in Polonia.

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