Il LIBRO

«Il nostro anno in trincea»: i governatori e l’esperienza della pandemia

Il giornalista Lamberti tira le file di un anno di Covid-19 dando la voce ai governatori italiani: è stata una guerra, dobbiamo conservare la memoria di ogni caduto

di Emilia Patta

Un'infermiera del 118 si riposa sulla pedana di accesso posteriore dell'ambulanza davanti all'ingresso del pronto soccorso del Policlinico Gemelli di Roma (foto Ansa)

5' di lettura

«Non c’erano visiere, mascherine, nulla… Le sirene delle ambulanze echeggiavano
in continuazione per le strade deserte. Chi arrivava in ospedale non sapeva se e quando sarebbe uscito, se e quando avrebbe rivisto i suoi parenti. Famiglie distrutte, nonni e nonne, padri e madri che hanno lasciato i propri figli senza neanche poterli salutare. Dovremmo conservare la memoria di ogni caduto».

«Abbiamo visto la morte in faccia»

A parlare è Giovanni Toti, dal 2015 presidente della Liguria a capo di una Giunta di centrodestra. Ma le sue parole risuonano molto simili in quelle dei suoi colleghi governatori delle altre regioni italiane, tutti indistintamente a descrivere questo (primo?) anno di Covid-19 come un anno di guerra. Guerra vera, come quelle del secolo scorso. «Abbiamo visto in faccia la morte. È stato un evento biblico. È come aver vissuto in un film di fantascienza», ricorda dal fronte del Veneto il governatore leghista Luca Zaia riavvolgendo il nastro da quando in quel lontano 21 febbraio 2020 si scoprì il primo contagiato Covid-19 a Vò Euganeo. «Mi ricordo una stanza buia dove prendevamo le prime decisioni. All’inizio andavamo a tentoni. Non c’erano protocolli, non c’erano mascherine. Non sapevamo se saremmo morti tutti… Ho affrontato il virus con lo stesso spirito con cui si va al fronte. Ti estranei, non pensi a quello che stai vivendo, poi però lo paghi».

Loading...

I governatori italiani e il loro anno di trincea

È trascorso un anno esatto da quando il governo “giallorosso” italiano guidato da Giuseppe Conte ha deciso, primo Paese in Occidente, di fermare il Paese e richiudere gli italiani a casa per bloccare il virus. Non è ancora finita, proprio in questi giorni si torna a parlare di nuove misure iper-restrittive, ma l’avvio della campagna vaccinale fa vedere per la prima volta dopo molti mesi la luce in fondo al tunnel. Giovanni Lamberti, giornalista parlamentare e caporedattore dell'Agenzia Italia (Agi), prova a tirare le fila dell'anno più difficile della storia repubblicana visto dal lato delle istituzioni – governo, Unione europea e soprattutto i presidenti di regione che gestiscono direttamente la sanità in virtù della tanto criticata riforma del Titolo V approvata nel 2001 dall'allora centrosinistra – nel libro “Ci abbiamo messo la faccia” , edizioni All Around, prefazione di Stefano Ceccanti (scaricabile dal sito della casa editrice, 202 pagine, da maggio in libreria) . L’intento, come spiega lo stesso autore nella sua introduzione, non è dare un giudizio dell’operato dei governatori o attribuire colpe e meriti, come troppo spesso in questo lungo anno hanno fatto giornalisti e commentatori, ma più semplicemente dare loro voce.

La lotta al Covid, la malattia e il lato umano del potere

È così che l'aspetto più toccante del libro finisce per essere quello umano, nel racconto a più voci dei governatori italiani che ci riportano – tutti, nessuno escluso – al difficile anno che ognuno di noi ha vissuto, in solitudine o con la propria famiglia. Loro, i governatori, ci hanno appunto “messo la faccia” di fronte ai cittadini che li hanno eletti e soprattutto nei primi mesi hanno davvero combattuto a mani nude. Alcuni di loro si sono anche ammalati, vivendo il calvario che molti, troppi italiani non possono più raccontare. Come il governatore del Lazio Nicola Zingaretti, appena dimessosi da segretario del Pd, che di quei giorni non aveva mai parlato fino in fondo neanche con la moglie e i figli. «In quei giorni della mia malattia non ho mai guardato i telegiornali perché i dati erano tragici e preferivo non sentire. Per fortuna non ho mai avuto bisogno dell'ossigeno, ma per 4- 5 giorni è stato drammatico. La febbre si alzava improvvisamente da 37 a 39 e sentivo difficoltà a respirare, ti manca l'aria. Chiamavi l’Asl e ti dicevano che non c’è cura, perché all'inizio era davvero così. Lì realizzi. Vieni proiettato in una dimensione di incertezza, ancora oggi ne sono segnato».

La difficile interlocuzione con il governo

Un anno in trincea, quello dei governatori, come ricorda il presidente democratico dell'Emilia Romagna Stefano Bonaccini, che ha avuto anche il sovraccarico del suo ruolo di presidente della Conferenza delle Regioni: «Dalle 7 del mattino alle 2 di notte in collegamento con Asl, assessori, reparto del 118, governatori, governo». E l’interlocuzione con il governo non è stata sempre semplice, soprattutto all'inizio. La mette così Marco Marsilio, presidente azzurro dell'Abruzzo: «Nella prima fase non ci davano neanche il potere di fare misure restrittive, poi ci hanno concesso di stringere e quando noi volevamo riaprire ce lo hanno impedito. Il fatto è che ti consultavano per i Dpcm e poi ci facevano vedere il testo dieci minuti prima di firmarlo. I governatori sono diventati dei compagni di vita, ore e ore al giorno in video collegamento. Riunioni infinite per cercare di resistere tutti insieme».

Il coro delle regioni: «Il Titolo V non si tocca»

Poi, anche grazie allo sforzo dell'ex ministro del Pd Francesco Boccia, anche lui intervistato dall’autore così come il commissario Ue Paolo Gentiloni, l’interlocuzione preventiva si è in qualche modo istituzionalizzata. Ma questo non ha impedito un gioco di scarica-barile reciproco in certe fasi, spingendo molti commentatori ad auspicare una revisione del Titolo V in modo da riportare in capo allo Stato alcune funzioni ora demandate alle Regioni a cominciare proprio dalla sanità. Ma da questo orecchio i governatori – di centrodestra o di centrosinistra – non ci sentono né vogliono sentirci. Sintetizza così il battagliero governatore della Sicilia Nello Musumeci, di Forza Italia: «Spero che qualcuno a Roma si renda conto che se non ci fossero state le Regioni, guidate da uomini e donne che ci hanno messo la faccia, questa epidemia avrebbe avuto dimensioni ancor più drammatiche. E quindi, nel rispetto di un perimetro nazionale, qui si opera in autonomia». È un coro: più risorse per più autonomia, non meno.

Ceccanti: clausola di supremazia e costituzionalizzazione della Stato-Regioni

La posizione dei governatori, in fondo, non stupisce: la mancata riforma del bicameralismo e della forma di governo ha reso il potere centrale più debole, ed esposto a cambiamenti frequenti di guida, a fronte di una carica monocratica come quelle dei presidenti di regione, eletti direttamente dai cittadini. Difficile, soprattutto dopo la pandemia, immaginare un ritorno al centralismo che non comporti forti conflitti tra livelli di istituzione. Ma proprio la pandemia ha messo in evidenza l’incompiutezza del federalismo all'italiana, come ha argutamente fatto notare il deputato e costituzionalista del Pd e presidente del comitato per la legislazione della Camera Stefano Ceccanti nella prefazione al libro di Lamberti: «Il quadro lasciato in eredità dal Titolo V è obiettivamente incompiuto, come l’Autore fa notare in più punti: la principale sede di cooperazione, la Conferenza Stato-regioni, non ha ancora una dignità costituzionale ed è assente un’esplicita clausola di supremazia statale che non deve servire ad accentrare, come spesso polemicamente si sostiene, ma a flessibilizzare le sfere di competenza e a garantire un decisore di ultima istanza». Clausola di supremazia statale e costituzionalizzazione della Conferenza Stato-Regioni come una sorta di terza Camera, dunque, senza ritornare a vecchie illusioni centralistiche.

(“Ci abbiamo messo la faccia” ,Giovanni Lamberti, 202 pagine, edizioni All Around)


Riproduzione riservata ©

loading...

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti