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Il «Notturno» di Rosi rischiara il Medio Oriente tormentato dalla guerra


Dopo tre anni di lavoro fra Iraq, Kurdistan, Siria e Libano, il regista, già Leone e Orso d'oro, racconta le conseguenze dei conflitti sulla gente

di Cristina Battocletti

Lo sguardo umano e politico di Rosi


Dopo tre anni di lavoro fra Iraq, Kurdistan, Siria e Libano, il regista, già Leone e Orso d'oro, racconta le conseguenze dei conflitti sulla gente


3' di lettura

Se per caso si togliesse la firma nei titoli di testa a Notturno, in gara alla 77esima edizione della Mostra del cinema di Venezia, si capirebbe comunque che è un film girato da Gianfranco Rosi: il regista romano è ormai un maestro.

Notturno, a dispetto del titolo, è un film sulla luce, portata quotidianamente dall'umanità della gente comune sul Medio Oriente devastato dai conflitti. Già Leone d'oro a Venezia con Sacro Gra nel 2013, il regista, italiano nato ad Asmara nel 1964, torna al Lido con un documentario, o meglio un saggio, una riflessione per immagini a conclusione di un periodo di tre anni trascorso sui confini fra Iraq, Kurdistan, Siria e Libano.

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L’obiettivo iniziale di Rosi era quello di filmare solo scene notturne, come metafora della notte che avvolge quella parte del mondo, in cui il continuo spostamento delle frontiere per grandi manovre geopolitiche decise dall’alto, trasforma le persone in fragili pedine. Buio anche come sinonimo dell’incapacità di comprendere la gratuità del male sulle moltitudini per i giochi di potere di pochi e come sinonimo della condizione in cui si trova a vivere chi subisce le decisioni altrui o chi ne diviene spettatore.

Il Medio Oriente negli occhi di Gianfranco Rosi

Il Medio Oriente negli occhi di Gianfranco Rosi

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Rosi non è nuovo alle lunghe preparazioni per i suoi progetti che lo hanno portato alla ribalta internazionale (Notturno, subito dopo Venezia approderà al Toronto Film Festival, al Telluride Film Festival e al New York Film Festival). Diplomatosi in cinema a New York, ha speso otto anni in una comunità di senza tetto in una piana nel deserto a 40 metri sotto il livello del mare in California per realizzare il documentario Below Sea Level, lavoro del 2008, che a Venezia ha vinto Orizzonti nella sezione documentario. Nel ’93 aveva prodotto e diretto Boatman, su un barcaiolo sulle rive del Gange, presentato anche al Sundance. Nel 2010 aveva girato El Sicario Room 164, intervista a un killer pentito dei cartelli messicani del narcotraffico, mentre nel 2013 aveva raccontato con Sacro Gra una Roma anomala attraverso lo sguardo di chi vive sul Grande Raccordo Anulare della Capitale, vincendo il Leone d’Oro. Nel 2016 con Fuocoammare, narrazione della solidarietà di chi accoglie gli immigrati sull’isola di Lampedusa, aveva conquistato l’Orso d’oro a Berlino.

Rosi, che oltre alla regia, ha curato la fotografia e il suono (il montaggio è di Jacopo Quadri) ha incontrato sciiti, alauiti, sunniti, yazidi, curdi, senza far loro domande. Ha lasciato parlare le madri con i figli uccisi, mentre toccavano le mura del carcere dove erano stati torturati; ha ripreso le prove di uno spettacolo politico tra i pazienti di un ospedale psichiatrico, in cui ciascuno di loro portava le varie anime di un pensiero sulla patria, tra conservatori, estremisti e nostalgici. Rosi non porta la sua macchina da presa direttamente sui conflitti, ma registra la propagazione del male sugli esseri umani, come se fossero onde di una grande nave che investono tutti coloro che si reggono a galla nel mare.

C’è un cantore di strada, che sveglia la città facendo le lodi a dio; ci sono le guerrigliere peshmerga che, dismesse le armi, sono solo donne che si riscaldano al fuoco e riprendono una grazia femminile di aiuto reciproco o di reciproco calore. Ci sono i terroristi dell’Isis che prendono aria nel cortile, smilzi nelle tute arancioni, e stipati lì sono anch’essi oggetto della compassione della macchina da presa. C’è lo sgomento e l’impotenza di una madre che riceve i messaggi vocali della figlia sequestrata dall’Isis. La figura più poetica è quella di un adolescente, che per mantenere i numerosi fratellini, si alza all’alba per fare il manovale su un peschereccio o il “cane da riporto” per i cacciatori al costo di cinque dollari al giorno.

Forse le immagini più critiche sono quelle dei ragazzini che spiegano con disegni e racconti alla propria maestra le torture subite dai soldati dell’Isis, dai quali sono stati privati di padri, madri, fratelli, familiari e amici. Per un attimo il pudore vorrebbe che quelle immagini e quelle parole non fossero state mai registrate, ma per quanto persistono nella memoria si capisce che la scelta di Rosi è giusta: mostrare l’orrore per risvegliarci. Anche perché alla fine a prevalere è la positività della quotidianità. «È questa vitalità che ho voluto cogliere», ha scritto il regista, «e per farlo mi è stata necessaria la luce del giorno. Tutt’intorno, e dentro le coscienze, segni di violenza e distruzione: ma in primo piano è l’umanità che si ridesta ogni giorno da un notturno che pare infinito».


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