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Il nuovo articolo 9 della Costituzione e la giornata mondiale dell'ambiente

Poche parole per dire che la Repubblica deve tutelare anche “l'ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi”

di Niccolò Nisivoccia

(AdobeStock)

3' di lettura

Abituati come siamo alle norme degli ultimi anni, si è rimasti sorpresi e quasi stupefatti – piacevolmente sorpresi o stupefatti, per una volta – davanti al nuovo articolo 9 della Costituzione, modificato di recente: davanti ai nuovi princìpi che fissa, e davanti al modo in cui lo fa. Poche parole, per dire che la Repubblica, oltre a promuovere lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica e a tutelare il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione (com'era già previsto), deve tutelare anche “l'ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi”: e deve farlo “anche nell'interesse delle future generazioni”.

Abituati come siamo a norme, in ogni ambito, sempre più particolaristiche, personalistiche o perfino solipsistiche; a norme sempre più incontenibili anche nel loro flusso interno, sempre più logorroiche e sempre più burocratiche che giuridiche; a norme preoccupate più di comminare sanzioni che di costruire relazioni, che pretendono obbedienza più di quanto non chiedano o promuovano fiducia; a norme che separano piuttosto che chiamarci a convivere dentro una dimensione comunitaria (di recente, proprio a partire da qui, Tommaso Greco proponeva l'elaborazione di nuovi modelli giuridici, ispirati a una visione orizzontale dei rapporti, e cioè appunto alla fiducia, anziché a una visione verticale e coattiva, alla sanzione imposta dalle autorità). Abituati come siamo a tutto ciò, il nuovo articolo 9 della Costituzione assume il valore di una norma quasi rivoluzionaria.

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Per una volta, come accade ormai molto di rado, il diritto non intende soddisfare nessuna esigenza o pulsione personale; non interviene per fornire risposte o soluzioni pronte all'uso e al consumo – ora e qui, ora e subito. Non antepone un io singolarissimo all'io di tutti, un io esclusivo a un io molteplice e multiforme. Non impartisce ordini, e neppure prescrive regole stringenti. Al contrario: il nuovo articolo 9 della Costituzione è un articolo che ci invita, molto semplicemente, a rispettare la terra che abitiamo e a pensare non solo a noi ma anche a coloro che verranno dopo di noi; e che dunque ci invita, trasformando l'io in un noi, a prendere atto che l'uomo non è il centro del mondo ma solo una delle tante specie che, popolando il pianeta, formano la comunità dei viventi. È un articolo nel quale il diritto torna a parlare per princìpi anziché per eccezioni; torna a rivolgersi a tutti anziché assecondare qualche personalissima istanza. E non solo: nel quale il diritto arriva addirittura a superare sé stesso, e a proiettarsi nel futuro. Sembra voler dirci che occorre rinunciare all'affermazione di sé a tutti i costi, all'egotismo, all'assolutismo, alla tracotanza; che occorre guardare oltre il presente, oltre il contingente. Sono i medesimi princìpi che Stefano Mancuso ha posto a fondamento della sua Carta dei diritti, quale immagina potrebbe essere scritta dalle piante se le piante sapessero scrivere: “La Terra è la casa comune della vita. La sovranità appartiene ad ogni essere vivente”. In un caso e nell'altro poche parole sono sufficienti: ma i princìpi generali per loro natura non ne vogliono mai molte.

C'è qualcosa di quasi rivoluzionario anche dal punto di vista morale e politico in questa parola breve che si dischiude, che apre a nuovi orizzonti di senso e di possibilità, in questa parola larga ma precisa che, per una volta, non pretende di contenere il mondo dentro un ordine prestabilito, bensì ne accetta l'incontenibilità e la fragilità costitutive. E si preoccupa di preservarle. Proprio domenica 5 giugno si è celebrata la giornata mondiale dell'ambiente; e perfino il Governatore della Banca d'Italia, nelle sue Considerazioni Finali sul 2021 svolte martedì scorso, ha sottolineato la necessità di promuovere politiche di sostenibilità ambientale (delle quali, del resto, si è molto parlato anche nel corso del Festival dell'Economia a Trento, appena conclusosi). Ma ancora più forte risuona il monito di Camus: quando esortava a non aspettare il giudizio universale, perché il giudizio universale si celebra tutti i giorni.

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