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Il nuovo film Borat e le risate amare sull’America di Trump. E Donald si infuria

Il sequel del viaggio del giornalista Kazako negli Stati Uniti del presidente tycoon all’epoca del Coronavirus. Una commedia che è anche un film politico

di Riccardo Barlaam

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Il sequel del viaggio del giornalista Kazako negli Stati Uniti del presidente tycoon all’epoca del Coronavirus. Una commedia che è anche un film politico


4' di lettura

NEW YORK - È una commedia corrosiva. Vi farà tanto ridere. Ché di questi tempi cupi non fa male. Ma è anche un film politico. Vi lascerà anche un retrogusto amaro in bocca perché racconta l’America ai tempi di Trump e del Coronavirus. “Borat Sebsequent Moviefilm”, il sequel del celebre film Borat (dal 23 ottobre sulla piattaforma video di Amazon Prime) riprende il viaggio negli Stati Uniti - gli “US+A” come li chiama lui - del surreale e strambo giornalista del Kazakistan Borat Sagdiyev.

«È tempo per me di tornare nella Yankee Land per salvare la mia gente», dice Borat nelle prime scene del film, quando viene “salvato” dal panzuto premier del suo paese dal destino dei lavori forzati a vita in un Gulag, dove era finito quattordici anni prima al termine del primo “Borat - Studio culturale sull’America a beneficio della gloriosa nazione del Kazakistan”, del 2006, che fu candidato all’Oscar come migliore sceneggiatura e con cui uno straripante Sacha Baron Cohen vinse il Golden Globe come migliore attore.

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La trama

Il primo ministro kazako lo tira fuori da quell’inferno dei lavori forzati e delle pietre da spaccare con una missione da portare a termine: «Barack Obama - gli dice - ha cancellato i veri valori americani, ma un uomo, McDonald Trump, è arrivato per far tornare l’America grande ancora. Il nuovo presidente - è la verità anche se è utilizzata nel film come espediente comico, ndr – è diventato amico dei leader più forti del mondo: Putin, Kim-Jong-un, Bolsonaro e il rapper Kanye West».

Borat viene spedito di nuovo negli States come inviato del governo per «conquistare il rispetto di McDonald Trump per la gloriosa nazione del Kazakistan». Come Melania, che dalle campagne slovene è riuscita a diventare la donna più importante d’America accettando di vivere in una “gabbia dorata”, Tutar la figlia quindicenne di Borat (Maria Bakalova) arriva negli Stati Uniti spedita in una cassa per le scimmie, al posto del ministro della Cultura del Kazakistan, una scimmia appunto, destinata a diventare un dono sessuale per il vice presidente cristiano evangelico conservatore Mike Pence. Un uomo, come dice Borat, «noto per la sua passione per la f… che non puoi lasciare solo in una stanza con una donna». Preparatevi a ridere.

Anche un messaggio sulla scia del MeToo

In questo gioco di ironia, provocazione e sarcasmo sulla sottomissione delle donne, alla fine salta fuori un messaggio di emancipazione femminile, sulla scia del #MeToo Movement, dopo aver schivato centri anti aborto e cliniche di chirurgia estetica. Al ritorno negli “US+A” Borat scopre di essere famoso, lo riconoscono per strada. Ed è costretto per tutto il film a travestirsi da americano, da americano repubblicano più precisamente: barba lunga, pancia enorme, jeans, giubbotto di jeans e cappello texano con le falde da cowboys. Scopre anche che nel frattempo il mondo è cambiato e le persone passano il loro tempo “a guardare dentro la calcolatrice”, lo smartphone.

Sacha Baron, con un uso della Candid Camera decisamente divertente, trasforma in personaggi sostenitori di Trump, ultra conservatori, complottisti QAnon, suprematisti bianchi, antisemiti, misogini che teorizzano la sottomissione delle donne, leoni da tastiera che usano i social media per diffondere violenza, odio, ignoranza e divisioni nell’America di oggi. Li mette alla berlina trasformandoli in protagonisti inconsapevoli del film e mette alla berlina la loro stupidità amplificandone le convinzioni. Generando una serie di scene nonsense, piene di ilarità, che lasciano, come detto, un po’ l’amaro in bocca perché sono vere. Rappresentano uno spaccato di come è oggi questo paese.

L’apice: una finta intervista a Rudy Giuliani

Sfumata la possibilità di consegnare “il dono sessuale a Pence”, durante la conferenza annuale dei conservatori americani Cpac lo scorso febbraio, all’inizio della pandemia coronavirus negli Usa, si arriva all’apice del film durante una finta intervista a Rudy Giuliani da parte della giovane finta giornalista kazaka, la figlia di Borat, che per salvare il padre dalla morte certa al suo ritorno in Kazakistan, si immola come vittima sacrificale con l’ex procuratore e sindaco di New York, avvocato personale di Trump che ha in questi anni fatto il lavoro sporco per il presidente tycoon con i russi e gli ucraini per spargere fango sui suoi rivali.

Giuliani, inconsapevole, riceve in una camera d’albergo l’avvenente giornalista di una testata ultracon. Grazie a un abile editing, la camera riprende Giuliani mentre lei cerca di sistemarlo per l’intervista sfilandogli la camicia, con lui – immagini reali e imbarazzanti - che a un certo punto si stende sul letto e si infila le mani tra le gambe. L’apparizione di Borat svela il trucco all’ex sindaco di New York, che chiama le guardie del corpo.

L’ira di Donald Trump

Al presidente degli Stati Uniti non è piaciuta l’opera di Cohen e tanto meno la scena in questione. «Non sono un fan di Sacha Baron Cohen, anni fa aveva tentato di raggirarmi, e' un impostore, non lo trovo divertente, per me è un verme» ha detto Trump a bordo dell'Air Force One, rispondendo ad una domanda sull’episodio appena descritto. Il presidente ha detto però di non sapere cosa è successo.

Prima dell’“incidente”, Giuliani nelle prime dichiarazioni rilasciate alla finta giornalista si lascia scappare la sua teoria sulla pandemia: “La Cina ha creato il coronavirus e lo ha diffuso nel mondo deliberatamente”, racconta alla finta giornalista. E ciò fa capire da dove arrivino le peggiori teorie complottiste sposate dal presidente americano e la scia tragica di morti che segue i suoi discordanti messaggi sulla pandemia.

Il finale è l’ennesima beffa: Borat è convinto di avere fallito la missione del suo governo di regalare in dono a un uomo molto vicino al presidente McDonald Trump una donna da mettere in gabbia. Torna nel suo paese pronto a essere spedito di nuovo nel Gulag. Ma scopre dalla soddisfazione del premier kazako che il suo viaggio era stato pensato dalla gloriosa nazione del Kazakistan per un altro fine: diffondere, attraverso le sue peregrinazioni, il virus del Covid-19 in America. Proprio come diceva Giuliani e ripete Trump nei suoi comizi.


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    Riccardo Barlaamcorrispondente da New York

    Luogo: New York, USA

    Lingue parlate: inglese, francese

    Argomenti: economia, finanza e politica internazionale

    Premi: Premio Baldoni (2008), Harambee (2013), Overtime Film Festival (2017)

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