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Il nuovo paradigma che chiede Davos

A fronte di una presenza più debole dei rappresentanti politici mondiali a Davos 2023, questa edizione del World Economic Forum ha un record storico di partecipanti del mondo economico e finanziario, con un mix ancora più internazionale delle precedenti edizioni

di Josef Nierling*

(EPA)

4' di lettura

A fronte di una presenza più debole dei rappresentanti politici mondiali a Davos 2023, questa edizione del World Economic Forum ha un record storico di partecipanti del mondo economico e finanziario, con un mix ancora più internazionale delle precedenti edizioni. I CEO e leader aziendali sono arrivati lunedì nel paese svizzero alla ricerca di risposte a 3 domande chiave: come evolverà il commercio internazionale? È certa la recessione nell'anno appena partito? La sostenibilità, al centro delle passate edizioni del WEF, è ancora la priorità?

Partiamo con la prima, e seza indugi possiamo dire che la comunità di leader del business converge con fermezza sulla necessità di ristabilizzare flussi commerciali internazionali e allentare le tensioni geopolitiche. E forse è proprio la distanza tra mondo economico e politica a spiegare l'assenza dei rappresentanti di stato. La fine della globalizzazione non è auspicata da nessuno, piuttosto è evidente un trend di trasferimento del valore tra regioni del mondo. Come sempre è accaduto, in ogni decade tra il 10% e il 20% del valore si sposta geograficamente, attratto da una maggiore remunerabilità del capitale, dalla concentrazione di competenze e di forza lavoro, o da sostituzioni tecnologiche.

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La differenziazione strategica si contrappone al decoupling politico. L'insicurezza delle relazioni internazionali si ripercuote sulle strategie aziendali, meno focalizzate su pochi mercati. Alla Cina, che è cresciuta meno -sebbene il suo rappresentante Liu He abbia promesso un 2023 di recupero ai ritmi di crescita passati-, si affiancano mete promettenti come i paesi ASEAN. E, per gli approvvigionamenti, si guarda alla Cambogia, al Vietnam, al Canada, al Messico e ad una ripresa dei paesi africani di cui l'Italia potrebbe beneficiare per posizione geografica. La differenziazione vale anche per il cosidetto “friendshoring”: nessuno vuole diventare dipendente da un solo Paese, anche se “amico”.

Qualche posizione estrema nei palchi del WEF vede nel decoupling, nel local-for-local e nella riduzione dei flussi globali l'unica via per raggiungere gli obiettivi di riduzione delle emissioni. Ma dalla discussione collettiva sembra evidente che la transizione ecologica richiede con massima urgenza nuove tecnologie e nuovi prodotti, i quali necessitano di materie prime non distribuite uniformemente nel pianeta, così come di competenze e forza lavoro per produrle, e quindi ancora di più una visione globale.

In questa direzione va anche l'intervento di António Guterres delle Nazioni Unite, il quale sollecita USA e Cina a disinnescare il decoupling per accelerare l'azione di contrasto al cambiamento climatico, lo sviluppo tecnologico, e il trade internazionale, grazie al quale si è ridotta di un miliardo la popolazione povera negli ultimi 20 anni. In sintesi, le aziende devono continuare a puntare sull'export e contemporaneamente rivedere le strategie di approvvigionamento.

La risposta alla seconda domanda è più incerta: la recessione è messa in dubbio dalle buone chiusure del 2022. Un terzo del panel di Chief Economist interpellati al WEF crede che possa non esserci, e in ogni caso, la maggior parte di essi stima che la fine del 2023 sarà migliore della fine dell'anno passato. Il costo del gas si è ridotto dell'80% rispetto alla fase di accumulo estiva, e questo alimenta l'ottimismo. Molte aziende avevano stilato in autunno budget al ribasso e stanno adesso riducendo conseguentemente i costi - in alcuni casi i posti di lavoro - per essere più prudenti. Ma è bene non ridurre capacità troppo profondamente per approfittare del rimbalzo che potrebbe esserci se le principali economie dovessero non subire una significativa recessione. Pianificare con cura la flessibilità è sicuramente la ricetta per molti settori.

Infine, arriviamo alla terza domanda, con i dubbi alimentati dalle scelte contradditorie come le riaperture delle miniere di lignite in Germania: la sostenibilità è stata depriorizzata? La migliore risposta a Davos l'ha data Ursula von der Leyen, che ha ufficializzato il lancio del Net Zero Industry Act. Simile al Chips Act, sosterrà in maniera forte il settore Clean Tech europeo. Il piano è costruito su 4 pilastri: la semplificazione regolatoria, il finanziamento, le competenze e il trade globale di prodotti e servizi green. Inoltre, ci sarà un Critical Raw Material Act sugli approvvigionamenti di materiali come le terre rare (fondamentali per le tecnologie green). Il sourcing di questi materiali porta il rischio di dipendenza da pochi Paesi e quello reputazionale per le aziende che hanno fornitori che non rispettano ambiente e condizioni di lavoro adeguate. A sostegno della competitività europea nel Clean Tech la presidente della Commissione Europea rilancia la proposta già annunciata in autunno della creazione di un fondo sovrano per finanziare il Net Zero Industry Act ed altri programmi strategici pan-europei. Effettivamente, la creazione di un fondo sovrano europeo è un tassello fondamentale per un nuovo capitalismo, in cui la politica esce dal ruolo puramente regolatorio e si pone come attore di politiche industriali per lo sviluppo della società che rappresenta e governa.

Dai piani di ripresa post-pandemia al Chips Act, L'Europa ha intrapreso un nuovo cammino verso la costruzione di piani industriali strategici per il proprio sviluppo e la propria competitività a livello globale, e ha compreso la necessità di dotarsi di strumenti di finanziamento più forti. Gli aiuti di Stato, sebbene coordinati, non sono sufficienti, e non è più pensabile di immettere semplicemente enormi capitali “whatever it takes”, abbiamo raggiunto la consapevolezza in Europa che è necessario indirizzarli in maniera strategica. È un positivo cambio di paradigma, che trasformerà le relazioni tra settore pubblico e privato e che potrà mettere insieme l'esigenza di un'economia più prospera, dello sviluppo sociale e della protezione dell'ambiente.

Quest'anno, nello spirito che ha sempre permeato Davos, non solo c'è la consapevolezza dell'urgenza di azione per assicurare coesione sociale e protezione del pianeta, ci sono anche nuovi presupposti politici ed economici per far convergere “purpose” e “profit”.

*Amministratore Delegato Porsche Consulting

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