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Il nuovo ruolo sociale delle cattedrali dei consumi

La familiarità ai grandi luoghi commerciali rende più attraente lavorarci

di Carlo Carboni

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3' di lettura

Nel giro di due-tre decenni, le cattedrali del consumo hanno compensato e rimpiazzato quelle industriali, creando dislocazioni diffuse e riconoscibili nella rete urbana. Nel 2017, negli Stati Uniti la mitica General Motors, con un fatturato di 14,5 miliardi di dollari, aveva 180.000 dipendenti, mentre la catena commerciale Walmart con 500 miliardi di fatturato, ne aveva 2,3 milioni.

In Italia, la FCA ha circa 29.000 dipendenti, poco più della metà di catene commerciali italiane come Conad o Coop o poco più di Esselunga. L’evoluzione verso i cosiddetti no-luoghi commerciali, piazze e piazzette del consumo, animate da grandi società commerciali, in Italia è iniziato in ritardo, con gli anni Novanta, spalleggiato dal boom negli Ottanta dei canali pubblicitari-commerciali televisivi. Ha progressivamente creato sia nuove e articolate attività di business sia nuovi e aggiuntivi percorsi di lavoro: peraltro, con un’occupazione nel 90% dei casi a tempo indeterminato, con retribuzione d’ingresso accettabili (14 mensilità), confortate da misure di “nascente” welfare aziendale.

Oggi, ci accorgiamo di un fenomeno che si è consumato ormai da alcuni anni e che alcuni studiosi hanno chiamato avvento di una società post-industriale o società dei servizi, in cui la funzione sociale di creazione di posti di lavoro passa progressivamente dai grandi complessi industriali, sempre più digitalizzati e labour saving, a grandi complessi di servizi, tra i quali quelli commerciali, divenuti luoghi della società dei consumi. La grande attenzione di giovani e donne alla ricerca di lavoro o di un lavoro più sicuro e decente rispetto ai mille lavoretti, è spiegato dai sociologi con il passaggio da un’etica dominante del lavoro a un’etica estetico-edonistica del consumo nel forgiare identità e appartenenze. Le piazze e piazzette del consumo sono preferite da donne e giovani in quanto consumatori, ma anche come lavoratori. In altri termini, non esiste più una diffusa cultura del lavoro con forza paragonabile alle culture del consumo che da anni hanno espugnato le nostre vite quotidiane. La familiarità ai grandi luoghi commerciali rende più attraente anche lavorarvi. Così mentre si fanno maxi-concorsi selettivi come sta accadendo meritoriamente per Esselunga, alcuni industriali del nord sono alla ricerca senza grande successo di operai ad oltre 1500 euro al mese. Non si hanno più conoscenze diffuse su come sono oggi gli ambienti di fabbrica e come vi si lavora. Complessi come Esselunga sono noti perché frequentati e anche per un ampio ventaglio di percorsi di lavoro offerti.

Negli anni Novanta si pensava che le cattedrali del consumo avrebbero potuto essere delle mangiatrici di occupazione nei settori commerciali (a rischio i piccoli commercianti). Al contrario si sono rivelati i luoghi di una nascente economia dei servizi. La terza rivoluzione tecno-industriale, quella informatica e di Internet, da un canto, ha costretto questi grandi complessi commerciali ad adeguarsi rapidamente alla rete e alle nuove tecnologie digitali, dall’altro le ha rese più esposte a alla forma più pura della disintermediazione commerciale, l’e-commerce. Amazon, statunitense, sembra inarrestabile in quanto a fatturato (233 miliardi di $).

Oggi restare a casa è più attraente non solo per la possibilità di guardare la TV sdraiato sul salotto, mangiando patatine e bevendo birra, come incoraggiava Charles Bukowski, ma si può assumere la tipica postura da computer o da Smartphone ben descritta da Baricco in The Game e sedare il nostro consumismo acquistando online prodotti che rispondono a necessità, utilità, desideri. Attenzione, però, che anche l’e-commerce va inteso come sfida al miglioramento, più che un’insidia all’occupazione nel settore commerciale: Amazon già vanta oltre 637.000 dipendenti. La differenza sta però nel fatto che i grandi complessi commerciali non sono solo luoghi d’acquisto, ma anche d’incontro e di socializzazione nella vita reale. Questo è un punto di forza, per ora, irrinunciabile.

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