Scenari

Il nuovo volto (cinese) di Hong Kong

di Rita Fatiguso

(AP)

4' di lettura

Se c’è un versante sul quale il gigante Cina negli ultimi vent’anni ha picconato muri innalzando avveniristici ponti, connections borsistiche, meccanismi finanziari per favorire la One Belt One Road initiative e l’internazionalizzazione del renminbi, ebbene, è quello della minuscola ex colonia britannica di Hong Kong.

Da oggi, il presidente cinese core leader Xi Jinping inizia il suo primo viaggio ufficiale nella Regione amministrativa speciale, un percorso guidato tra queste meraviglie della tecnica ingegneristica e finanziaria, quasi fosse un feudatario in visita al ricco e lontano latifondo. La visita a Hong Kong è un tassello importante nella strategia personale e politica del presidente Xi Jinping, forse molto più di quanto non lo sia stato per i suoi predecessori.

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Domani assisterà al giuramento della nuova Chief Executive, Carrie Lam, organizzato, non a caso, in occasione del ventennale dell’handover.

Chi c’era, a Hong Kong, il 1° luglio del 1997, giorno del passaggio di consegne tra Cina e Gran Bretagna, ricorda un cielo terso punteggiato di nuvole, poi un forte vento e la pioggia e, tra gli italiani, c’è chi ebbe la sorpresa di vedere arrivare i soldati della Repubblica popolare cinese su furgoncini Iveco. Serpeggiava il timore diffuso che l’handover potesse essere traumatico, la corsa dei locali a conquistare un passaporto straniero serviva a garantirsi una via di uscita dall’ex colonia.

I cambi negli ultimi 20 anni

Pechino insiste, in questi ultimi vent’anni il principio «One country two systems» ha favorito la crescita economica e la stabilità.

Se chiedete ai locali vi diranno, con varie sfumature, che il trauma, molto lentamente, si consuma ogni giorno. L’architettura giuridica dei rapporti tra Hong Kong e Mainland China, per quanto opinabile, ha comunque rappresentato un compromesso dignitoso se si guarda alla strada lunga cinquant’anni, tanto quanto durerà l’intera fase di passaggio sottoscritta dalle parti.

La Cina, dal canto suo, nel 1984 firmò la dichiarazione Sino-Britannica che avrebbe creato i presupposti del passaggio delle consegne nel 1997, si impegnava solennemente a rispettare per la durata di 50 anni le architetture economiche e sociali. Ma le incertezze erano molte. La stessa Cina probabilmente aveva bisogno di più tempo per capire cosa fare di sé stessa e, di conseguenza, di Hong Kong. Da allora, forse anche per questo, entrambe le sponde hanno fatto prevalere l’esigenza della stabilità, ma a Hong Kong, nel frattempo, si è allargata la forchetta tra ricchi e poveri. Un Pil che veleggia sul 3,2 e un tasso di disoccupazione al 3,5% non suscitano certamente entusiasmo.

La pressione di Mainland China sulla Regione amministrativa speciale ha indirettamente favorito i boss del real estate, veri arbitri del costo della vita in questo lembo di terra densamente popolato, al quale i cinesi guardano con cupidigia per i più svariati motivi: dal turismo di massa, ai figli da mandare a scuola (possibilmente in quelle internazionali dove si studia anche il «putonghua», la lingua standard cinese e non il cantonese) allo shopping di lusso, alle case da comprare a prezzi proibitivi, agli uffici che non si trovano e, se si trovano, si affittano a peso d’oro, al denaro – sì c’è anche questo e le autorità di Hong Kong di recente hanno puntato i piedi con Pechino sulle difese «anti-money laundering» – da spedire all’estero.

La pressione sugli abitanti

Una pressione enorme per gli abitanti e per le stesse istituzioni che devono trovare altri strumenti per reinventare il modello di crescita, un tasto sul quale si sta pigiando è l’incentivazione di start up innovative, che richiederanno anni per produrre effetti concreti sull’economia locale.

E non è finita. La spallata finale verrà dagli effetti combinati dell’«Hong Kong closer economic partnership arrangement», dalla Stock connection tra Shanghai e Hong Kong (per favorire quotazioni e investimenti reciproci, nel 2015) e, l’anno scorso, anche quella tra le borse di Hong Kong e Shenzhen, per seguire con la GuangDong Hong Kong Macao Great Bay area e il ponte Hong Kong Zhuhai Macao Great Bay ormai agli ultimi ritocchi, all’alta velocità tra SAR e Shenzhen e Guangzhou, l’anno prossimo.

C’è da registrare la crescita dell’Hong Kong hub finanziario, il primo al mondo per «clearing» dello yuan, ma anche quello dell’e-commerce, mentre l’effetto calamita delle IPO cinesi accorcia le distanze ancor di più per finire con l’impatto delle tecniche crossborder per ottimizzare i profitti riducendo i rischi, due elementi essenziali per la One Belt One Road initiative di Pechino.

Ultima arrivata su piazza, l’Aiib, la Banca asiatica multilaterale per lo sviluppo delle infrastrutture nata su impulso di Pechino nella quale Hong Kong, a marzo, è entrata in via autonoma, sottoscrivendo quote di capitale consistenti, a tutto beneficio delle prossime mosse sul versante infrastrutturale asiatico.

Forse è presto, dunque, per tirare le somme su cosa ne sarà di Hong Kong. Mainland China punta con forza all’integrazione, grazie a opere monumentali anche rispetto all’entità dei reciproci rapporti commerciali, raddoppiati due volte e mezza in quanto a volumi, ma pur sempre relativi alle dimensioni dei due protagonisti. Per non parlare del fiume di turisti cinesi, pari ormai a sei volte la consistenza della popolazione residente.

In questi giorni la visita all’ex colonia diventa per il presidente Xi Jinping, in vista del prossimo strategico 19esimo Congresso del partito di novembre, un elemento chiave per rafforzare la sua immagine di leader di una sola Cina in cui i due sistemi diventano sempre più difficili da distinguere l’uno dall’altro.

E in cui il Governo di Hong Kong deve in ogni caso ricevere l’imprimatur dello State Council e gli elettori sottoposti a un vaglio individuale da parte delle autorità di Pechino. Ecco, in questo contesto, proteste e manifestazioni non saranno ammesse (ma ci sono già state in questi giorni) e il controllo del territorio, com’è noto molto frastagliato e, per questo, difficile da presidiare, dovrà essere garantito palmo a palmo. Le immagini della protesta di piazza che paralizzò Hong Kong per settimane sembrano, almeno per il momento, confinate in archivio.

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