indagine voluta dai verdi europei

Il pacchetto Ue? «Dimentica le donne. Così le disuguaglianze cresceranno»

I risultati della valutazione d’impatto di genere su Next generation Eu: il Recovery Fund è «cieco da un occhio: gli investimenti privilegiano i settori a prevalenza maschile, senza prevedere correttivi»

di Manuela Perrone

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I risultati della valutazione d’impatto di genere su Next generation Eu: il Recovery Fund è «cieco da un occhio: gli investimenti privilegiano i settori a prevalenza maschile, senza prevedere correttivi»


3' di lettura

Il pacchetto Next Generation Eu svantaggia le donne, perché sebbene le lavoratrici siano occupate soprattutto nelle attività più danneggiate dalla crisi post-Covid, gli aiuti finanziari previsti dalla Ue confluiranno invece nei settori a predominanza maschile, senza correttivi per favorire l’inclusione delle donne. È questa la conclusione di uno studio di circa 60 pagine con l’analisi dell’impatto di genere della proposta di Recovery Fund della Commissione di Ursula von der Leyen che venerdì 19 giugno è stata discussa dai capi di Stati e di governo.

Settemila pagine al setaccio

A commissionare il rapporto è stato il gruppo dei Verdi europei, su input dell’eurodeputata tedesca Alexandra Geese, la stessa che un mese fa, ispirata dal movimento italiano #Datecivoce, ha lanciato la petizione #HalfOfIt per chiedere che il 50% dei fondi venga destinato alle politiche per la parità. Condotto dalle economiste Elisabeth Klatzer e Azzurra Rinaldi, che hanno esaminato 7mila pagine di documenti, utilizza dieci indicatori chiave: occupazione, investimenti in infrastrutture, lavoro gratuito di cura, work-life balance, violenza di genere, salute e diritti riproduttivi, strumenti di protezione sociale, criteri di governance (inclusa l’uguaglianza di genere nei processi decisionali), analisi dell’approccio “duale” (azioni mirate e gender budgeting previsti nelle proposte), obblighi di gender budgeting.

Donne più esposte alla crisi post-Covid

Le evidenze sin qui raccolte parlano chiaro: le donne sono state più esposte alla pandemia, perché sono la maggioranza della forza lavoro nel settore sanitario. Ma è proprio la popolazione femminile che rischia di più di ritrovarsi senza occupazione, perché impiegata nei campi più colpiti dalle conseguenze del lockdown: turismo, ristorazione, servizi alla persona.Al tempo stesso, sono state le donne più oberate dalle attività non retribuite di cura della casa e dei figli, a causa della chiusura delle scuole. Già ad aprile, come certificato dall’Istat, in Italia il numero di donne in cerca di un lavoro è sceso molto più degli uomini (-30,6% contro -17,4%).

OCCUPAZIONE FEMMINILE E MASCHILE NEI DIVERSI SETTORI (%), EU-27,2019

OCCUPAZIONE FEMMINILE E MASCHILE NEI DIVERSI SETTORI (%), EU-27,2019
QUOTA DI OCCUPATI SUL TOTALE UE PER SETTORE E GENERE, EU-27, 2019

QUOTA DI OCCUPATI SUL TOTALE UE PER SETTORE E GENERE, EU-27, 2019

Il Fondo è «gender blind»

Ma il cuore della ricerca è proprio l’analisi dell’impatto di genere dei vari interventi proposti. «Il Recovery Plan- si legge nell’indagine - è gender blind». «Cieco da un occhio», spiega Geese: «Non vede e ha dimenticato le donne che lavorano nei settori in cui la disoccupazione è più alta e che devono ridurre il loro orario di lavoro a causa dei figli. Se nei piani di intervento economico non teniamo conto delle differenze di genere, in tutti i Paesi le donne torneranno indietro di decenni sul piano dell’uguaglianza».

Stimolo ai settori più «maschili», senza correttivi

La cecità, secondo le autrici del report, si annida nel privilegiare lo stimolo nei settori con altissime percentuali di occupazione maschile (il digitale, l’energia, le costruzioni e i trasporti) senza prevedere correttivi specifici per incentivare l’inclusione femminile e senza porre invece altrettanta enfasi sugli investimenti nell’economia della cura, nella scuola e nelle strutture per l’infanzia, dove le donne sono maggiormente occupate e che permettono a molte altre di restare nel mercato del lavoro. «Non soltanto non si punta a colmare i gap preesistenti, per esempio nell’accesso al credito - afferma Azzurra Rinaldi - ma siccome i finanziamenti privilegiano i settori a più alta presenza maschile, come quelli della transizione verde e digitale, rischiano di spalancare una voragine. Non è una questione di equità, ma di efficienza: sono cecità che generano costi».

L’importanza di uno sguardo “lungo”

Un errore imperdonabile che non si può commettere, secondo le curatrici, davanti alla potenza di fuoco da 750 miliardi del Recovery Fund, e che da qui a luglio, quando il Consiglio Ue conta di approvare la ricetta definitiva, potrebbe essere corretto. Così come non si possono immaginare commissioni valutatrici dei progetti senza imporre vincoli agli Stati membri per una composizione equilibrata dal punto di vista del genere. «Anche perché - conclude Rinaldi - le misure così costruite corrono il pericolo di rivelarsi strategicamente inefficaci non solo nel qui e ora, ma soprattutto nel medio-lungo periodo, in netta contraddizione con il titolo stesso del programma: Next Generation Eu. Occorre far esplodere il pieno potenziale delle capacità di produrre ricchezza: costruire un’Europa dove chi resta a casa non lo faccia per mancanza di alternative».

Le raccomandazioni finali

Sono sei i suggerimenti dello studio: prevedere interventi di stimolo dell’economia anche nelle attività a prevalenza femminile, includere un focus sugli investimenti in economia della cura nel Recovery Plan insieme a quello su transizione green e digitale, prevedere una «robusta» valutazione di impatto di genere, dati disaggregati e gender budgeting per tutte le proposte del pacchetto Next Generation Eu, introdurre l’attenzione al genere come prerequisito per ottenere i fondi da parte degli Stati membri, garantire governance equilibrate, aumentare i fondi allo European Institute of Gender Equality (Eige), l’organismo dedicato all’interno delle istituzioni comunitarie.

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