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Il paesaggio americano di Georgia O’Keeffe

di Stefano Biolchini

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Jimson Weed/White Flower No. 1, 1932


3' di lettura

VIENNA. Considerata come la pioniera del modernismo americano ha attraversato la storia dalla Grande depressione alle due Guerre mondiali, sotto la presidenza di ben 17 presidenti, da Grover Cleveland a Ronald Reagan, e concludendo il suo percorso a 99 anni, dopo aver incarnato ai massimi livelli il sogno di un’arte nazionale, moderna e pienamente statunitense.

E’ dedicata a Georgia O’Keeffe (1887-1986) l’esposizione al Bank Austria Kunstforum di Vienna fino al 26 marzo 2017. Un percorso artistico e una storia davvero incredibile quello della O’Keeffe (nel 1924 sposa il grande fotografo Alfred Stieglitz) che la mostra rappresenta al meglio, dalle prime astrazioni al carboncino (Early Abstraction, 1915, Milwaukee Art Museum; Early No 2, 1915, The Menil Collection, Houston) fino agli ultimi paesaggi.

Immancabili in mostra i suoi celebri fiori che la critica ha sempre indicato come dalla potente carica erotica e che, invece, questa retrospettiva ricolloca in un’ottica più naturalistica o comunque più coerente con l’interpretazione che l’autrice stessa ne forniva, con il suo continuo respingere in maniera netta le “interpretazioni psicoanalitiche” delle sue infiorescenze (Black Iris, 1926, The Metropolitan Museum of Art, New York; White Iris, 1930, Virginia Museum of Fine Arts, e il White Flower No 1, del 1932, dal Crystal Bridges Museum of American Art, Bentonville, Arkansas).

Il paesaggio americano di Georgia O'Keeffe in mostra a Vienna

Il paesaggio americano di Georgia O'Keeffe in mostra a Vienna

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“Mi dipingono come una sorta di strano essere soprannaturale che galleggia nell’aria , che si nutre di nuvole, quando in vero io amo le bistecche. E ancora le celebrate vedute astratte tra cui il nastro di strada più volte rivisitato di fronte alla sua casa di Abiquiù (Winter Road, 1963, National Gallery of Art, Washington). Come in un gioco di rimandi guarda all’infinito la O’Keeffe attraverso antichi crani di cavalli, senza che il memento mori ne turbi in alcun modo il tratto (Ram’s Head and White Hollyhock-Hills, 1935, Brooklyn Museum, New York; Mule’s Skull with Pink Poinsettia, 1936, Georgia O’Keeffe Museum, Santa Fe; Deer’s Skull with Pedernal, 1936, Museum of Fine Arts, Boston; From the Faraway, Nearby, 1937, The Metropolitan Museum of Art, New York).

In pochi come lei fermano per sempre come in un frame visioni di paesaggi lontani su cui domina la presenza massiccia del cielo; ed è un cielo onnipresente osservato al variare della temperatura e delle condizioni climatiche e di luce (Sunrise 1916, Collection of Barney A. Ebsworth) modellato vorticosamente secondo il variare di un’esperienza interpretativa di tipo sinestesico (A Celebration, 1924, Seattle Art Museum; Music, Pink and blue No 1, 1918, Collection of Barney A. Ebsworth. Partial and promised gift to Seattle Art Museum; Blue and Green Music, 1919/1921, The Art Institute of Chicago) in grado di coniugare la fusione kandinskyana di paesaggio e astrazione con quella dell’American Luminism di Frederic Church, con il suo focalizzarsi emozionale sugli effetti della luce sul paesaggio; ed è proprio alla O’Keeffe che si deve il cruciale debutto del paesaggio rurale americano sulla grande scena artistica quale primaria fonte ispiratrice del modernismo, costituendo così, lei donna in un mondo a predominanza maschile, un vero e proprio antecedente per le seguenti manifestazione dell’Astrattismo americano (Abstraction Blue, 1927, The Museum of Modern Art, New York; Abstraction White Rose, 1927, Georgia O’Keeffe Museum, Santa Fe; Abstraction- Alexius, 1928, private collection, Switzerland).

A conclusione della mostra, e forse toccando il vertice interpretativo di questa artista così varia e complessa, My last Door, 1952/54 dal Georgia O’Keeffe Museum Santa Fe, sorta di suprema astratta iconostasi, riproposta in più varianti (Wall with Green Door, 1953, National Gallery of Art, Washington; Black Door with Red, 1954, Chrysler Museum of art, Norfolk, Virginia) di quello che fu il suo buen ritiro/studio di Ghost Ranch, New Mexico. Se la paletta dei colori si restringe, la sua composizione si fa ancor più intensa, in funzione della sua continua e incontrovertibile sperimentazione fra forme semplici e colore. Ed è My last Door il capolavoro, meno celebrato di altri ed estremo, a concludere una retrospettiva imperdibile che come sottolinea l’infaticabile curatrice Heike Eipeldauer “trova in questo quadro la giusta sintesi finale”. Un’occasione fra le imperdibili dell’anno.

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