analisiverso le urne

Il Paese davanti alle sfide europee

di Adriana Cerretelli

Pierre Moscovici (Italy Photo Press)

3' di lettura

Soprattutto quando l’esito della partita si annuncia molto incerto, le campagne elettorali vivono la folle kermesse delle più varie e acrobatiche promesse, poi quasi sempre disattese. In Italia però questa volta confusione, contraddizioni, spregiudicatezza e scarso realismo su euro, tasse, pensioni e spese varie da parte di troppi candidati protagonisti hanno sconcertato e allarmato l’Europa. Se ieri il socialista francese Pierre Moscovici, il commissario Ue agli Affari economici che distribuisce le pagelle di stabilità più o meno flessibile ai Paesi del club, ha suonato l’allarme parlando di “rischio politico” per l’Unione, non è stato per indebita intrusione nella mischia nostrana ma per legittima preoccupazione di salvaguardare la stabilità dentro le mura della casa europea che è sostenuta anche da muri italiani.

Naturalmente nessuno può impedire a nessuno di sognare nuove praterie verdi né di promettere licenze di deficit, debito e spesa fuori dai criteri di Maastricht, patto di stabilità e fiscal compact. Inevitabilmente però deve anche incassare i timori dei partner seduti sulla sua stessa barca. E deve anche spiegare ai cittadini-elettori-contribuenti rischi e prezzo da pagare se, in piena libertà, faranno una scelta dirompente. I rischi che l’Italia potrebbe correre sono molteplici. Non sono solo quelli ovvi di instabilità economica e finanziaria e relativi attacchi speculativi con un debito al 133% del Pil che si stabilizza ma non cala, con la politica monetaria accomodante della Bce prossima a una graduale ritirata, la prospettiva del rialzo dei tassi di interesse e di un più problematico collocamento dei Titoli del Tesoro, con un sistema bancario che migliora un po’ ma resta fragile, con la crescita che riparte ma resta la più modesta in un’eurozona effervescente.

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rischi ancora più insidiosi sono politici: nascerebbero dalla sempre più profonda divaricazione dell’Italia, terza economia dell’euro, dal resto del convoglio, dalla lenta deriva verso un auto-isolamento di fatto, in mancanza di sponde europee.

Il decennio della grande crisi finanziaria e recessiva, dell’euro-rigore anche scriteriato è alle spalle. Per la prima volta tutti i Paesi euro crescono. Quelli della fascia Sud, a suo tempo commissariati in cambio degli aiuti europei, sono oggi tra i più dinamici. Non c’è solo la clamorosa success-story del Portogallo. Tutti sono in forte ripresa: Spagna (pur malata della questione catalana), Cipro e Grecia. L’Irlanda ha ritrovato il suo miracolo tanto da aspirare oggi alla presidenza della Bce nel 2019, quando scadrà Mario Draghi.

La Francia corre e per la prima volta in 10 anni vede il deficit sotto il 3%: dimostra così a Berlino la credibilità dell’impegno del presidente Emmanuel Macron di rispettare le regole di bilancio Ue, premessa indispensabile per un accordo con il cancelliere tedesco su un’ambiziosa riforma dell’eurozona. E per non perdere troppo il passo con la Germania, tornata indiscussa locomotiva dell’area, con produzione industriale, export e surplus commerciale alle stelle, mentre l’attivo del bilancio pubblico è una costante ormai da tre anni.

Le crescenti virtù degli altri mettono l’Italia sotto pressione: perché in un’unione monetaria le divergenze economiche alla lunga sono insostenibili e perché oggi si incrociano con il dinamismo altrui che ne favorisce la convergenza e quindi la coesione anche politica.

Se alla fine Angela Merkel riuscirà a fare un nuovo Governo di grande coalizione con i socialdemocratici su un programma mirato anche alla rifondazione dell’Unione, l’intesa franco-tedesca diventerà il traino dell’avventura. Che si vuole però selettiva, tarata sul modello multi-speed: integrazioni più avanzate con chi ci sta ma ha anche le carte in regola. Naturalmente né l’Europa dei 27 né l’eurozona dei 19 condividono le stesse ambizioni. Qualsiasi riforma, anche a Trattati costanti, sarà dunque frutto di un travaglio difficile

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