PREMIO ITALO CALVINO - racconto n. 9

Il pallone

di Giuseppe Scatà


8' di lettura

Se avessimo letto il vento, il Pallone non lo avremmo perso di certo. E invece di venti non ne sapevamo nulla, per noi era solo una rogna. Se giocavamo con quello di spugna, troppo leggero, potevamo rinunciarci, perché era come giocare con un tovagliolo di carta. Se accendevamo un falò, il vento lo spegneva o provava ad avvolgere col fuoco uno dei nostri. Se rubavamo il windsurf alla sorella di Biagio, dopo aver sollevato la vela di un paio di centimetri appena, ci ritrovavamo a un chilometro dalla spiaggia, naufraghi e in un batter d'occhio. Credevamo fosse un capriccio della Terra che dovevamo tollerare senza chiedere nulla di più. Il guaio era quando soffiava all'improvviso. Un attimo prima non si muoveva una foglia, un attimo dopo l'aria si polarizzava in un pugno imprevisto, un lancio sconnesso, che ti lasciava impreparato a qualunque conseguenza.
Mio fratello no, col suo fazzoletto elegante allacciato al collo, metteva in bocca l'indice, lo sollevava in aria, sopra la spalla, e pronunciava nomi che sapevano di leggenda, avventura, velieri affondati: Libeccio, Grecale, Traversone, Ponente. Ma il vento ci fregò comunque e il giorno in cui smarrimmo il Pallone, ci condannò all'età adulta, alla perdita e al suo vuoto incolmabile. Sbucò dalla baia accanto, doppiando lo scoglio che delimitava il nostro mondo e che i vecchi chiamavano La testa del mostro, in un giorno di vento caldo che ti bruciava la pelle. “È Scirocco”, sentenziò mio fratello, col suo dito in aria.

Poi mosse il capo verso sinistra: era il suo modo di suggerirci quale porta scegliere per giocare a favore di vento, nel campo disegnato col gesso, tra la chiesa e il mare. Infine, badando a contare i suoi passi e col suo modo di camminare composto, si andò a sedere più giù, vicino al mare, senza dire niente, come sempre. Da quando era diventato maggiorenne e aveva ereditato la spider Alfa Romeo rossa del nonno, teneva annodato al collo quello strano fazzoletto azzurro che lui credeva così elegante. Era indifferente al gioco, odorava l'aria, guardava il cielo, sembrava che sapesse di che materia fosse fatto il mondo. Una volta un ragazzo della squadra avversaria, mentre attraversava la piazza gli gridò: “Ehi! Sei cieco?!”, e gli sputò sui polpacci. Lui proseguì dritto, come se nulla l'avesse sfiorato e sorrise.

Anni dopo decisi di prendere la sua macchina, la spider rossa. Sollevai il telo, ricoperto di polvere, e non fu certo facile rimetterla in moto, ma la giornata era una gran giornata, una di quelle che non te le scordi. Mi feci forza e schiacciai l'acceleratore; il motore andava a meraviglia. Abbandonai l'auto vicino alla statua di un chissàchi, uno che mi ricordava mio fratello, e chiusi la portiera con un bel calcio, da far sentire il botto. Camminai fino alla piazza e un pallone singhiozzava, indietro, avanti, in giro. La chiesa aveva lo stesso portone grigio di sempre, entrai e feci il segno della croce. C'era un gran silenzio, e si doveva stare zitti, udii un urlo. Mi voltai e vidi la palla che sgocciolava dal cielo e tornava su come un palloncino colorato pieno di gas e un pezzo di spago attaccato dietro. Il prete entrò con un mantello verde. Non lo conoscevo, non potevo sapere chi fosse, non mettevo piede lì da anni, ormai. Prima che lui aprisse la Bibbia riuscii a dileguarmi tra le panche e a scappare giù. Avevo una delle camicie di mio fratello e questa era blu, un gran bel blu. Mi arrotolai le maniche, andai da quello che sembrava il capitano, biondo e pieno di lentiggini.

Uno tosto, con la faccia da duro, e dissi: “Che ne dici se gioco?”, e lui zitto, “con voi.”. Restò zitto. Allora gli tolsi la palla e cominciai a palleggiare, senza che toccasse mai terra, fino a quando lui si diede una smossa e disse “Ok, ok, gioca, fai pure”. Una bambina, in piedi, soffiava bolle di sapone in un cerchio di plastica, le bolle galleggiavano ed esplodevano sulla testa di un vecchio, seduto su una panca. A un tratto sbucò una raffica di vento da un fianco della chiesa, venne giù come un torrente in piena, il pallone filò sotto un auto e fece un botto, le bolle sparirono nell'aria. Leccai l'indice e lo sollevai: era Maestrale, non c'erano dubbi. Mi sedetti sugli scalini, la camicia era sudata e la tolsi via, mentre litanie e i canti venivano fuori dalla chiesa.

Il Pallone, che aveva appena doppiato La testa del mostro, fu adocchiato da Biagio, il nostro portiere. Era appoggiato al palo destro della porta di legno costruita da noi. Era infuriato con se stesso, e scrutava la baia. Aveva un tic alla testa che lo costringeva a fare su e giù con la fronte. Proprio quel giorno aveva perso il guanto, quello della mano destra, senza dita e col pollicione, che serve solo a scoperchiare le pentole. Arrivò con la testa china. Qualcuno chiese, non ricordo chi, “Cosa è successo?”, e lui confessò. Ottavio si calò le brache, o meglio, calarono da sé, come se all'improvviso si fossero allargate. “Mi sono svegliato, ho preso gli occhiali e non l'ho trovato, ho cercato dappertutto, anche dentro il frigo”. “Maledizione a te!”, sapevamo bene che era quello il segreto della nostra vittoria. Nella mano sinistra aveva un vero guanto da portiere, con delle ventose grosse come quelle di un polipo, ma il vero guanto acchiappa tutto era quello da cucina, che risucchiava i palloni: parevano appiccicarglisi addosso con un suono soffice, un morbido paff.
Rovistammo la campagna intorno a casa sua, a coppie, da soli, in gruppi, sembravamo una manciata di biglie gettate a casaccio per i campi. Trovammo uno stivale, un gancio da pesca, delle lattine, un piatto di plastica. “E se è stato il cane di tua sorella? Magari non l'ha ancora digerito e possiamo farlo uscire con un pugno ben assestato in pancia”, urlò Michele. “Ecco!”, tuonò Ottavio. Salvo propose una spedizione punitiva contro il cane. Luca disse che sarebbe andato dritto a casa a prendere uno dei guanti da cucina della nonna, a costo delle bastonate e Michele avanzò l'ipotesi di una colletta: subito bocciata. E ci credo! Provammo prima a giocare senza quel guanto e non funzionava niente, c'era da aspettarselo. Biagio scoppiò a piangere. Ogni tiro sarebbe stato un goal e la squadra avversaria di Carmelo detto Sfinge ci avrebbe schiacciato. Luca tornò, correva dal fondo della strada e urlava dicendo che sua nonna era dietro a lui un centinaio di metri, con le mani che svolazzavano in aria per picchiarlo. Provammo ancora, ma non ci fu niente da fare. La palla scivolava via dai guanti come se fossero unti di olio. “Mannaggia”, dicemmo, tutti, e in coro. Poi il vento bollente ci bruciò la pelle e Biagio vide apparire una palla; si gettò in acqua, inseguendola con bracciate violente e infine l'agguantò mentre correva via, verso nord, trascinata dalla furia dell'aria.
Restituita alla terra ferma, fu subito messa alla prova e dopo pochi minuti battezzata all'unanimità “Il Pallone”. Aveva due caratteristiche semi divine che lo rendevano ai nostri occhi l'unica sfera degna di chiamarsi così. Prendeva la forma del piede al momento del tiro con effetto potenza decuplicato e magicamente, durante qualunque lancio, era capace di rimanere sospeso in aria per interi secondi come se si fosse afferrato con un braccio alle nuvole, in barba ad ogni genere di vento. Ne eravamo certi, era un dono di un dio, il dio dei venti. Avremmo vinto noi la partita, saremmo stati noi i campioni, eravamo noi gli eletti.

Invece il giorno della sfida accadde l'irreparabile. Il vento era solo una brezza. “E' Grecale”, sancì mio fratello, indicandoci con un movimento impercettibile il lato del campo migliore, il destro. Ero uscito dalla linea del fallo laterale e stavo massaggiando l'alluce destro, appena pestato dalla scarpa dell'attaccante avversario, Sfinge, chiamato così perché quando segnava non cambiava espressione e in maniera glaciale, da farti venire i brividi, prendeva la palla sotto braccio e andava a posarla a trotto spedito al centro del campo. Quando un vento crudele apparve dal nulla e montò, come un pugno tirato allo stomaco. “E' Libeccio!”, gridò mio fratello, col dito in aria, drizzandosi in piedi, “va a nord est, fermatevi!”. Non gli diedi retta e scattai d'improvviso a centro area, in tuffo plastico, per colpire la palla che fluttuava solitaria nell'aria. Diedi un'incornata e la palla planò oltre la traversa e invece di disegnare una parabola levitò su una retta con velocità esponenziale, superando il chiosco di bibite, un barcone da pesca e infine il molo, per atterrare a una ventina di metri dalla riva, in mare.

Biagio, abbandonato in dormiveglia sul palo di legno, lanciò un urlo e cominciò a correre, si gettò in acqua e diede smanacciate violentissime: più che bracciate sembravano schiaffi, e le onde somigliavano a grumi di paglia, ma il Pallone andava alla deriva, spinto dal Libeccio e in pochi secondi prese il largo. Biagio si fermò, tenendosi a galla con quei ridicoli guanti da cucina senza dita, e lo guardò mentre andava via, iniziando a piangere come un bambino. Poi il vento aumentò ancora con un secondo soffio inaspettato, un violento boomerang, e sollevò in aria la trasparenza del mare, ingigantendo la corrente. Scomparve anche la testa di Biagio. Fu lì che mio fratello si slacciò il fazzoletto ed entrò in acqua. Lo guardammo incantati: non si era mai lanciato in mare, non in quel modo. Aveva uno stile perfetto, dominava la rabbia del cielo, la tempesta improvvisa, raggiunse lo scoglio isolato che i vecchi chiamavano La ladruncola perché appariva o scompariva a seconda delle maree e aveva affondato parecchie barche, squarciandogli la chiglia. Nuotò verso l'isola che chiude la baia. Le sue braccia, le sue mani, si confondevano con la spuma delle onde, sollevate dal vento come se l'aria prendesse a schiaffi l'acqua. Infine un secondo corpo riemerse, mio fratello lo raccolse, lo mise sulle sue spalle e tornò, lentamente, controvento.

“E' affondato all'improvviso ed è scomparso”, disse Biagio, sputando acqua salata, steso sulla riva, “era sotto di me”. Urlammo, chiamammo e navigammo fino a largo, tutta la notte. La ricerca fu una litania, una preghiera, venne Padre Adelino su una barca di legno, gettò l'acqua santa nell'aria, sul Libeccio. La mattina dopo, quando ci fu luce, sbarcammo sulla piccola isola di fronte, che nelle belle giornate raggiungevamo a nuoto e che la gente chiamava semplicemente L'isola. Cercammo pure là, tra le rocce, i cespugli, gli anfratti, le piccole baie. Il vento soffiava ancora forte e sembra va che le chiome degli ulivi volessero divincolarsi dai rami. Proseguimmo per tre giorni, poi ci arrendemmo. Padre Adelino ci disse di recarci al faraglione e pregare la Madonna che stava lì, dritta, immobile, rivolta alla piazza. Recitammo un'invocazione che lui ci aveva insegnato e la preghiera dei marinai dopo i naufragi.

Quel giorno ci sembrò di aver perso tutto quanto la nostra adolescenza potesse avere in dono dalla vita e la nostra esistenza mutò. Non giocammo più a calcio. Tempo dopo mappai i venti sulle mattonelle della piazza col gesso che usavamo per le linee del campo, disegnai un grande cerchio e delle frecce, come mi aveva insegnato lui, indicai i nomi. Spiegai a tutti, loro ascoltarono, impararono a chiamarli e riconoscerli.

“Il vento deve arrivare dal deserto, dall'Africa, forse dobbiamo sperare ancora”, dissi, “è lo Scirocco”. Ma nessuno in realtà sperò, tranne Biagio. Ancora con quei ridicoli guanti senza dita rubati a tradimento alla nonna di Luca, non si dava pace e faceva su e giù con la testa per via del suo tic. Incollato al palo di destra della vecchia porta di legno, ormai inutilizzata, spiava l'orizzonte attendendo che il Pallone, nostra prima testimonianza dell'esistenza di un Dio sulla Terra, tornasse indietro, cigolando tra le onde come un veliero fantasma e portando sulle proprie spalle il corpo di un ragazzo che sapeva leggere i venti: mio fratello.

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