la linea di francesco

Il papa e la svolta sulle unioni degli omosessuali

di Carlo Marroni

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(Ansa)


4' di lettura

Non è un’enciclica, o un motu proprio che cambia una legge canonica. Ma le parole pronunciate da Francesco (in spagnolo) in un docufilm del regista russo-americano Evgeny Afineevsky hanno un effetto dirompente. «Le persone omosessuali hanno il diritto di essere in una famiglia. Sono figli di Dio e hanno diritto a una famiglia. Nessuno dovrebbe essere estromesso o reso infelice per questo. Ciò che dobbiamo creare è una legge sulle convivenze civili. In questo modo sono coperti legalmente. Mi sono battuto per questo». Sic. Il Papa ha parlato chiaro, in tutte le direzioni, con parole e gesti. Lo ha fatto da anni su questo terreno scivoloso, ma con una direzione inequivocabile. Nel film trasmesso in anteprima alla Festa del Cinema - e apprezzato ufficialmente in Vaticano - c’è uno spezzone della telefonata del Papa a una coppia di omosessuali, con tre figli piccoli a carico, in risposta ad una loro lettera in cui mostravano il loro grande imbarazzo nel portare i loro bambini in parrocchia.

Una posizione che arriva dopo un lungo percorso della chiesa verso l’inclusione delle coppie gay, propiziato dal magistero dello stesso Francesco in questi anni di pontificato, e via via condiviso nel tempo da molti cardinali, arcivescovi e preti – si pensi alle posizioni molto progressiste dell’episcopato tedesco, che ne ha discusso in un sinodo nazionale – ma anche avversate più o meno apertamente da altre componenti, specie in Usa (e ancora un po’ in Italia). Ma certamente una dichiarazione così netta non c’era mai stata.

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Una strada che parte da lontano- nel 2002 l’allora cardinale Bergoglio non contrastò una legge argentina che dava un quadro giuridico alle coppie assieme da più di due anni, anche gay - e che ha superato uno sbarramento creato dal lungo periodo di Giovanni Paolo II e in Italia dalla Cei del cardinale Camillo Ruini, che aveva trovato terreno fertile nella destra, sia sul fronte famiglia che in quello della procreazione e del fine vita. Nel 2007 fu la Cei ad organizzare il Family Day con Berlusconi in piazza San Giovanni contro i Dico, che naufragarono insieme al governo Prodi, cui la chiesa saldata con l’opposizione fece una guerra senza quartiere (salvo il brusco risveglio con il caso Boffo). Si arriva a Francesco, che prima lascia tutti a bocca aperta con il suo «chi sono io per giudicare un gay?» (2013), tanto che qualche tempo dopo ci fu chi si spinse a prefigurare che Bergoglio avesse abolito il peccato. Ma in ogni caso da quel momento i segnali che lasciava dietro di sè non erano ambigui, come emergeva nell’intervista al Corriere della Sera del 2014 sulla necessità degli stati di regolare la convivenza. Non senza qualche apprensione: sempre nel 2014 le sue parole sullo stato d’animo dei minori di una coppia gay, riprese da una conversazione a porte chiuse, furono rilanciate con grande evidenza, tanto che intervenne la Santa Sede con una nota ufficiale in cui si definivano «forzature e strumentalizzazioni» le interpretazioni date sui media italiani, specie laddove si faceva riferimento ad una apertura papale alle unioni civili. Era questo il punto: Francesco voleva stare lontano dallo scontro politico e da ogni sospetto di interferenza (una linea opposta a quella seguita fino a pochi anni prima), ma il suo pensiero era limpido. Del resto nel 2016, a poche settimane dall’approvazione della legge sulle unioni, disse chiaramente che lui non si immischiava nelle beghe politiche. Col messaggio che anche le gerarchie dovevano adeguarsi al nuovo corso. Si era da poco tenuto il secondo Family Day al Circo Massimo, e infatti i vescovi erano rimasti perlopiù alla larga. Anzi, il cardinale Gualtiero Bassetti, poi presidente Cei, si era espresso a favore del riconoscimento delle unioni civili «omosessuali compresi», ma non sulle adozioni, per quelle disse «ci vogliono un uomo e una donna». È stato quello il punto di caduta, su cui anche il Papa ieri indirettamente è stato chiaro: l’unione va bene, ma non il matrimonio. E quindi no alla stepchild adoption (adozione della prole del partner) considerata dalla Chiesa, e non solo, come la chiave d’ingresso per la maternità surrogata, altrimenti nota come utero in affitto. La posizione prevalente, che poi è rimasta più o meno inalterata, era quella - come sintetizzò bene «Avvenire» alla vigilia della legge - di «dare ordine e forma giuridica ai diritti delle persone che compongono coppie dello stesso sesso, ma senza alcuna sovrapposizione con l’istituto del matrimonio, né alterando con problematiche costruzioni giuridiche la relazione tra genitori e figli: ci sono punti fermi, antropologici e sociali molto prima che legali, sui quali ogni manipolazione può rivelarsi artefatta e avventurosa». E il Papa è su quelle posizioni. Nel frattempo la chiesa italiana ha altre “grane”, come la pillola dei cinque giorni dopo alle minorenni e soprattutto il progetto legislativo sulla omofobia-transfobia, che per Bassetti è una «deriva idelogica» da evitare: «La libertà di pensiero, ben diversa dall’istigazione e dalla violenza, non può essere discriminata perché ritenuta discriminante. Si creerebbe un pericoloso ribaltamento di democrazia.».

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