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Il paradiso delle ossa di Derek Jarman

Finalmente tradotto il testo in cui il grande regista descrive il suo giardino crescere all’ombra della centrale atomica e dell’Aids che lo consuma

di Lara Ricci


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Il giardino di Derek Jarman a Dungeness , sullo sfondo la centrale nucleare

4' di lettura

Era il 1986, l’anno in cui scoprì di essere Hiv-positivo. Derek Jarman girava per il Kent alla ricerca di un prato di giacinti fioriti da riprendere per il film The Garden. Con lui c’erano il giovane Keith Collins, da poco conosciuto, e l’attrice Tilda Swinton. Arrivarono di fronte a Prospect Cottage, una casetta di legno.«Avevo già fatto caso a quel piccolo cottage di pescatori verniciato di nero con le finestre gialle una volta che ero stato a Dungeness per girare due inquadrature di The Last of England. Mi aveva colpito l’atmosfera fuori dal mondo di quel luogo, diversa da quella di qualsiasi altro posto in cui fossi stato, e la particolarità della luce». Era in vendita, lo comprò.

Il giardino di Derek Jarman a Dungeness , sullo sfondo la centrale nucleare

In lontananza, da un lato si vedeva la centrale nucleare di Dungeness, di fronte il mare. Sotto ai piedi ciottoli a perdita d’occhio (la più grande spiaggia di ciottoli del pianeta dopo Cape Canaveral): una distesa priva di terra che tiene in vita una rada vegetazione bruciata dalla salsedine portata dai venti orientali. Con le loro radici «lunghe almeno sei metri» prosperano le foglie violacee accartocciate della Crambe maritima, il cavolo marino che sarebbe commestibile «ma accumula radioattività dalla vicina centrale nucleare più di qualunque altra pianta». Piante che a maggio «sono nuvole di fiori bianchi con un piccolo bottoncino giallo al centro, da cui si sprigiona un pungente profumo di miele che pervade tutto il Ness. Presto i fiori si trasformano in semi, che ricordano piccoli piselli, il cui verde progressivamente stinge fino a diventare il colore delle ossa. È in questa fase che raggiungono il culmine della bellezza: nuvole ocra pallido, ogni pianta carica di miriadi di semi».

Jarman vi si trasferì, spesso in compagnia di Collins, che sarebbe diventato l’amore, non l’amante, degli ultimi anni di vita. Inizialmente Jarman non pensava proprio di poter mettere in piedi un giardino. Il giardinaggio era una sua vecchia passione, fin da bambino, quando aveva visitato villa Zuassa sul lago Maggiore («quel giardino scendeva a picco come una cascata verso il lago, con i sentieri fiancheggiati da enormi camelie. Le aiuole straripavano di gerani di un ardente rosso scarlatto, un rosso che profumava. Vicino alla riva le lucertole si rincorrevano sopra una statua di pietra»). Un giorno però sulla battigia scorse una magnifica selce, la mise al posto dei mattoni sbrecciati di un’aiuola. Così iniziò un giardino che considerò subito «come una terapia e una farmacopea». D’inverno svettavano come totem i relitti che trovava sulla spiaggia o nelle vicinanze: sassi, pezzi di legno, ferri ritorti che erano residui bellici di quando si temeva uno sbarco dei tedeschi e la zona fu minata e protetta da barriere anticarro. D’estate scomparivano sommersi dalla vegetazione. Scavò buche nei ciottoli per metterci un po’ di terra e costruì aiuole circolari per i fiori e rettangolari per l’orto. Alle piante selvatiche ne aggiunse di coltivate, senza creare confini: «Il ginestrone non vive a lungo, ma è facile da ripiantare e i suoi fiori giallo oro mettono in fuga la tristezza dell’inverno. È uno dei nostri arbusti meno valorizzati e sarebbe perfetto per una siepe attorno a un giardino, se non altro come deterrente per ospiti sgraditi. Ne avrei fatta una qui, ma il fascino di Dungeness è di non avere recinzioni di alcun tipo: sarebbe stato come andare contro lo spirito del luogo».

Il giardino di Derek Jarman a Dungeness , sullo sfondo la centrale nucleare

Stagione dopo stagione il giardino si sviluppa, all’ombra della centrale atomica e dell’Aids che consuma il giardiniere. Nell’inospitale promontorio di sassi spazzato dal vento e infettato dall’uomo Jarman trova un ambiente a lui congeniale: dopo una violenta tempesta «mi sedetti al tavolo in cucina, rabbrividendo dal freddo, con la centrale nucleare che sfolgorava di luce. La centrale è fonte di continua meraviglia. Di notte sembra un grande transatlantico o una Manhattan in miniatura illuminata da mille luci variopinte. Un’ombra misteriosa la avvolge, così che si vedono ancora brillare le stelle nel sereno cielo estivo».

Nei suoi diari il regista racconta tutto questo con la voce profonda di chi va incontro alla morte. Vede ossa nella natura bruciata dalle intemperie, ma divora anche la bellezza della vita che gli appare col nitore di chi guarda per l’ultima volta. Parla di un giardino che aveva visto a Baku, costruito da un operaio tra lugubri palazzoni avvelenati dal petrolio in memoria della figlia annegata. Un giardino un po’ come il suo, un’opera d’arte vivente («che più cresce più diventa bella, come un albero») per celebrare una vita non vissuta. Ricorda un «amore abissale» appena spentosi di Aids a New York, scrive versi su quelle migliaia di giovani omosessuali che proprio quando cominciavano a poter vivere liberamente, senza nascondersi, senza sentirsi sbagliati, sono stati spazzati via dall’Aids: «Cammino in questo giardino/ tenendo per mano gli amici morti./ La vecchiaia è giunta in fretta per la mia generazione raggelata».

Accompagnati dalle 150 foto che a partire dal 1991 scattò l’amico fotografo Howard Sooley, i diari sono stati pubblicati postumi nel 1995, e solo ora tradotti in italiano, anche se la fama di questo struggente libro lo aveva preceduto (su questo giornale ne scrisse Pia Pera in articoli ora raccolti in Verdeggiando, in edicola con Il Sole 24 Ore e da gennaio disponibile in libreria).

Il giardino di Derek Jarman

con fotografie di Howard Sooley

trad. di Fiorenza Conte, Nottetempo, pagg. 146, € 28

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