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Il patchwork di Sicilia di Dolce&Gabbana: un’arte tessile che diventa metafora dell’isola e dei tempi post Covid

Sfilata nel quartier generale, l’ex cinema Metropol, ma un terzo del pubblico rispetto a febbraio - Una collezione dove, per la prima volta nella storia del brand, non c’è neppure un abito o un accessorio nero - «Il colore come inno alla vita», dicono gli stilisti

di Giulia Crivelli

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Sfilata nel quartier generale, l’ex cinema Metropol, ma un terzo del pubblico rispetto a febbraio - Una collezione dove, per la prima volta nella storia del brand, non c’è neppure un abito o un accessorio nero - «Il colore come inno alla vita», dicono gli stilisti


5' di lettura

Patchwork di Sicilia: si chiama cosi la collezione Dolce&Gabbana presentata ieri a Milano: 350 gli invitati (al posto dei consueti mille e più), 98 modelle, per la maggior parte italiane, pubblico distanziato e operazioni di backstage (trucco, parrucco e vestizione) organizzate su tre piani e sorvegliate da appositi “guardiani delle mascherine e del distanziamento”. Involontariamente – ma forse neanche tanto – Domenico Dolce e Stefano Gabbana hanno colto il significato profondo del patchwork (e del quilting, in America), quel lavoro di gruppo tra persone simili ma non uguali, che danno un piccolo (grande) contributo a un progetto tessile comune, che sia una coperta o un tappeto poco importa, e che mentre lo fanno dimenticano differenze e asperità e restano concentratissime perché le mani facciano esattamente quello che viene dallo spirito (anche creativo). Come già avevano fatto in luglio, con la collezione uomo che sfilò, all’aperto, nei giardini dell’istituto Humanitas, i due stilisti hanno deciso di non rinunciare a un evento fisico, pur se condizionato e modificato dai protocolli anti Covid. Esperimento coraggioso ripetuto all’inizio di settembre con gli eventi legati all’alta moda, sartoria e gioielleria ospitati a Firenze.

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Sicilia come ispirazione concreta e come metafora
«Abbiamo chiamato la collezione “patchwork di Sicilia” perché da quando abbiamo iniziato, 37 anni fa, la Sicilia è al centro del nostro universo creativo, ma anche perché la Sicilia stessa è un patchwork di culture, tradizioni, colori, usanze, stili culinari e persino vini – spiegano Domenico Dolce e Stefano Gabbana –. Abbiamo riguardato una sfilata del 1993, dove avevamo usato un patchwork molto anni 70 e da quello siamo ripartiti. Il risultato è, crediamo, lo specchio di questi tempi incerti, che spingono a ridare valore a tutto, dagli affetti agli abiti». Un legame tra passato e presente, ma senza nostalgia: «Non abbiamo riproposto pezzi di quella collezione, semplicemente ci siamo accorti che nel nostro percorso tutto, alla fine, si collega, si spiega, in una specie di circolo virtuoso». Per la prima volta nella storia del brand, in collezione non c’è alcun abito o accessorio nero, solo colori, quasi sempre mischiati. «Ci sono solo 4 look in un unico colore, per tutti gli altri ci siamo divertiti come, crediamo, accade ai pittori: miscelando tonalità ricreando ogni volta qualcosa che somiglia all’energia della tavolozza, dell’arcobaleno».

Per Dolce&Gabbana la primavera estate 2021 è un patchwork multiculturale

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La metafora del patchwork
La storia del patchwork (letteralmente, progetto/lavoro fatto con singoli pezzi) è affascinante: in molti Stati americani – e in particolare nelle comunità Amish – si trattò per molto tempo di un lavoro prettamente femminile: gli uomini coltivavano la terra, le donne creavano e commerciavano lavori tessili, coperte di tutte le misure da vendere anche come pannelli o complementi d’arredo. L’intera sala dell’ex cinema Metropol, dove si è tenuta la sfilata Dolce&Gabbana, erano “foderata” proprio pannelli che riproducevano i lavori a patchwork commissionati alle sarte che lavorano per il brand. Allo stesso tempo, per chi sia stato a Caltagirone, in Sicilia, guardando i gradini che portavano al “palco” centrale in fondo alla passerella, l’immagine era proprio quella dei gradini “in ceramica” di Santa Maria del Monte (qui sotto), una scala lunga oltre 130 metri che collega l’omonima Chiesa fino a piazza del Municipio.

Il patchwork come scintilla di creatività
«È stato bellissimo constatare che pur avendo dato a tutte le nostre sarte gli stessi materiali e indicazioni, ognuna ha fatto il “suo” patchwork - raccontano Domenico Dolce e Stefano Gabbana –. Per costruire o ricostruire dei capi da singoli pezzi di tessuto ci vuole tecnica e maestria, certo. Ma allo stesso tempo ricordiamoci sempre che tutti possiamo recuperare stoffe e capi dai nostri armadi e creare qualcosa secondo il nostro spirito del momento».

L’immagine sul grande schermo
Tra i film di maggior successo di Harrison Ford c’è sicuramente Il testimone, storia di un poliziotto newyorchese che si ritrova in una comunità Amish. In molti sicuramente ricordano la scena in cui le donne della comunità, tra le quali la madre del bambino che Ford deve proteggere (una bellissima Kerry McGillis), mentre gli uomini lavorano alla costruzione di un fienile, si radunano sotto un grande albero a lavorare a un quilt. Queste occasioni hanno anche un nome, quilting bee (poiché bee significa anche ape, potremmo tradurre con raduno operoso per lavorare a una coperta).

Ma ci sono molti altri precedenti: per il film Sette spose per sette fratelli, uscito nel 1954, fu scelta una locandina in cui le ragazze indossavano tutte ampie gonne fatte in casa con la tecnica del patchwork / quilting.

La situazione post lockdown
Domenico Dolce e Stefano Gabbana non nascondono le difficoltà: «Come tutti, nei negozi fisici vendiamo fino al 50% in meno rispetto a prima dell'epidemia e dei lockdown e le vendite online compensano solo in parte. Ma è importante dare un segnale di ottimismo: dall'inizio dell’emergenza sanitaria e poi economica abbiamo continuato a lavorare su nuovi progetti. Il Covid ha cambiato tutto, è inutile crucciarsene. Bisogna pensare a come reagire». I due stilisti-imprenditori arrivano a ipotizzare scenari diversi anche per il retail fisico, alla luce di una maggiore integrazione tra online e negozi fisici. «Nessuno può fare previsioni certe, ma dobbiamo tenerci pronti a ogni nuovo scenario: sono cambiate le abitudini di acquisto e non tutto tornerà come prima. Forse i negozi fisici del futuro saranno più piccoli, forse no. L'importante è non essere spaventati dal fatto che niente resta uguale per sempre, da qualche anno i cambiamenti sono estremamente accelerati. Non si hanno mai abbastanza “antenne” per coglierli in tempo, ma noi cerchiamo di essere attenti e ricettivi».

I problemi delle Pmi
Dolce&Gabbana è un'azienda da 1,3 miliardi di fatturato, che può assorbire il colpo della pandemia, ma un pensiero va alle aziende più piccole, ai laboratori artigianali e ai giovani stilisti: «Ci consideriamo fortunati, ad avere i mezzi economici per resistere – aggiungono –. Questo possiamo fare: allestire una sfilata, dare lavoro ai nostri artigiani, sostenere la scuola interna. Parlare è un’arte leggera, fare moda come la intendiamo noi è un’arte pesante. Anzi, meglio, di peso». Domenico Dolce e Stefano Gabbana non usano l’espressione “questo momento”, bensì “questo minuto”, una scelta che riflette l’incertezza del mondo post Covid. Ma anche il desiderio, quasi filosofico, di cogliere l’attimo, come forse la moda fa da sempre.

Il legame con la sostenibilità
Sul tema centrale per la moda, e non solo, la sostenibilità, Domenico Dolce e Stefano Gabbana hanno le idee molto chiare: «Se parliamo di quella sociale, il nostro modello di business e come abbiamo condotto l’azienda in questi mesi parla da solo. Tuteliamo le persone che lavorano per noi e quindi le rispettive famiglie e continuiamo a investire sul made in Italy. L’evento di Firenze, ad esempio, ha ridato speranza agli artigiani locali ma anche ad albergatori e ristoratori, reduci da mesi di inattività». Sull’altro grande tema, il rispetto e la tutela dell'ambiente, i due stilisti spiegano: «Come tutti, siamo consapevoli dell’importanza della responsabilità individuale e di quella delle aziende e della necessità di tenere comportamenti virtuosi, senza sprecare. Non amiamo protocolli e certificazioni, ma mettiamo tutto il nostro impegno a ridurre sprechi di energia, acqua e di ogni materiale». C’è un aspetto che secondo Domenico Dolce e Stefano Gabbana è indicativo più di ogni protocollo o azione di “green washing”: «Utilizziamo da sempre, cioè da 37 anni, solo filati naturali. Non vedrete mai un abito plissé nelle nostre collezioni perché per farlo servirebbe un tessuto con una percentuale di filato acrilico. Creiamo collezioni che durano nel tempo e non vanno buttate o smaltite perché non si possono più mettere. Alle parole,anche in questo caso, ai proclami, preferiamo i fatti. Il nostro è un lavoro sotto gli occhi di tutti e non abbiamo segreti e probabilmente è anche per questo che siamo diventati un marchio globale, restando profondamente italiani».

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