analisile tensioni nella maggioranza

Il Pd avverte Conte: ora fase due. Ma la pistola di Zingaretti è scarica

I Dem sono stanchi di «vivacchiare» e chiedono al premier di prendere in mano la situazione, ma hanno poche munizioni da spendere: né il ritorno al voto, né un nuovo governo sembrano al momento ipotesi praticabili

di Barbara Fiammeri

Swg: cresce di 2,2 punti il Pd, ne perde uno il M5S. Stabile la Lega

I Dem sono stanchi di «vivacchiare» e chiedono al premier di prendere in mano la situazione, ma hanno poche munizioni da spendere: né il ritorno al voto, né un nuovo governo sembrano al momento ipotesi praticabili


3' di lettura

Lontano dai riflettori concentrati sul duello tra Giuseppe Conte e Matteo Renzi, cresce il malessere del Pd. Il partito di Nicola Zingaretti pretende un cambio di passo. E la richiesta è rivolta anzitutto al premier. «Vivacchiare, stare a continue schermaglie non ci pare utile per gli italiani» è il monito lanciato dal capogruppo dem alla Camera, Graziano Delrio, che chiede a Conte di avviare “subito” la fase due dell’azione di governo. Richiesta analoga a quella emersa al termine della riunione dei senatori del Pd presieduta da Andrea Marcucci: «Conte dve dare le risposte per cui siamo stati chiamati a costituire questa maggioranza e questo esecutivo».

L’avvertimento a Conte
È un’insofferenza quella manifestata dai Democratici che suona come un avvertimento. Di fatto è una sorta di aut aut al presidente del Consiglio. Il ragionamento nel partito del Nazareno è che la guerriglia adottata da Renzi non può trasformarsi per Conte in un alibi per continuare a non prendere posizione.

Il rinvio su partite decisive sia sul fronte economico che su temi sensibili come quella sui decreti sicurezza (lo conferma il confronto finora privo di un riscontro concreto almeno in termini di provvedimenti legislativi andato in scena sui tavoli allestiti da Palazzo Chigi), non sono ulteriormente procrastinabili. È un po’ questo l’imperativo che i parlamentari dem hanno voluto recapitare al premier.

Poche munizioni
Il problema però è che gli avvertimenti, per essere presi sul serio, devono essere accompagnati da munizioni pronte ad essere innescate e che però al momento scarseggiano. La minaccia più forte, il ritorno al voto e quindi la fine anticipata della legislatura almeno per un anno è difficilmente praticabile: il referendum sul taglio dei parlamentari è alle porte (29 marzo), poi ci saranno due mesi per il ridisegno dei collegi, nel frattempo saremo in campagna elettorale per le regionali, poi c’è l’estate e subito dopo la sessione di Bilancio dove si tornerà a parlare di clausole Iva. La data del ritorno alle urne non potrebbe arrivare prima di un anno, senza contare poi le resistenze dei parlamentari (tutti), ulteriormente rafforzate dall’entrata in vigore della riforma che riduce di 345 unità i posti a disposizione nella prossima legislatura.

L’ipotesi cambio di governo
L’altra arma potrebbe essere un cambio di governo ma così facendo il Pd di fatto si muoverebbe proprio nella direzione auspicata da Renzi, che ha nella rimozione del premier il suo principale obiettivo. Un incastro da cui i dem fanno fatica a districarsi anche perché devono fare i conti con la debolezza del loro principale alleato di Governo, il M5s, che anziché agevolare la ricerca di soluzioni di compromesso ha bisogno di difendere le proprie bandiere identitarie per mantenere il contatto almeno con lo zoccolo duro del suo elettorato.

Il Pd cresce nei sondaggi
L’unica nota positiva per il Pd è che la sua permanenza al governo finora sembra averlo premiato, sia pure non di molto, nei sondaggi. Ma è un po’ poco, soprattutto perché a decidere i rapporti di forza non sono le intenzioni di voto registrate dai sondaggisti ma il numero degli scranni in Parlamento. E al momento il M5s nonostante da tempo, come confermato dalle elezioni europee, non sia più il primo e neppure il secondo partito continua pur sempre ad essere il principale gruppo parlamentare. Così come Italia viva, il partito di Renzi, può contare su un numero di deputati e soprattutto senatori probabilmente superiore a quelli che otterrebbe dal verdetto degli elettori. Al contrario del Pd, che è invece fortemente sottodimensionato sia rispetto a quanto viene accreditato nei sondaggi (oltre il 20%) sia per quanto raccolto alle politiche di due anni fa (18,7%) visto che nel frattempo ha subito la scissione renziana e quindi decine di parlamentari eletti grazie ai voti dem adesso appartengono a un altro gruppo parlamentare. È una delle ragioni per cui inizialmente Zingaretti voleva il voto anziché dar vita a una nuova maggioranza di Governo. Adesso però che quella strada non è più percorribile il segretario dem deve trovare il modo per non finire anche lui affogato nella palude dei suoi alleati.

Per approfondire:
Prescrizione, accordo M5s-Pd, ma Iv dice no
Giovani sardine e M5S di sinistra: gli elettori dem sono tornati nel Pd

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti