i democratici tra congresso e amministrative

Il Pd e il timore delle urne: «blindati» Chiamparino e Bonaccini

di Emilia Patta


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(ANSA)

3' di lettura

Domenica la prima prova di piazza per dare un segnale “forte” contro il governo giallo-verde. Un segnale di esistenza, innanzitutto, in un momento in cui il Pd è al minimo storico nei sondaggi e fatica anche ad avviare il congresso per scegliere il nuovo leader dopo Matteo Renzi. I democratici hanno chiamato a raccolta i militanti con 200 pullman e 6 treni, di cui 2 dalla Lombardia, per riempire piazza del Popolo a Roma. E per l’occasione tutti i dirigenti saranno in piazza, mettendo da parte almeno per i fotografi le rivalità e le divergenze politiche: dal segretario reggente Maurizio Martina agli ex premier Matteo Renzi e Paolo Gentiloni, dai ministri Carlo Calenda, Graziano Delrio e Marco Minniti ai leader della sinistra interna Andrea Orlando e Gianni Cuperlo.

Dopo la piazza, l’avvio del congresso
Come che andrà la prova della piazza, dal 1 ottobre il Pd sarà chiamato a sciogliere i suoi nodi. Ma le dimissioni di Martina, atto formale che avvia la fase congressuale con lo scioglimento dell’assemblea nazionale, arriveranno solo a fine ottobre, dopo la già convocata conferenza programmatica del partito. E anche la data delle primarie il 27 gennaio indicata da Martina è messa in discussione da molti: i più indicano la fine di febbraio e l’inizio di marzo come data più probabile. In campo intanto solo il governatore del Lazio Nicola Zingaretti, dal momento che la (ex?) maggioranza renziana non ha ancora trovato un suo candidato da contrapporre: si continua a dare per concreta l’ipotesi Delrio, ma il capogruppo del Pd alla Camera continua a dirsi indisponibile.

Il timore di un confronto «litigioso» a ridosso delle urne
E non c’è solo il problema delle candidature, come sottolinea il responsabile Enti locali del partito Matteo Ricci: a fine maggio ci sono le elezioni europee, a giugno le amministrative che coinvolgeranno ben 4mila Comuni e una serie di regionali scaglionate per tutto il 2019: prima Abruzzo e Basilicata, poi Piemonte ed Emilia Romagna. «Bisogna vedere che tipo di congresso andiamo a fare - è il ragionamento di Ricci -. Se come sembra sarà un congresso “redde rationem”, rischiamo di offrire agli elettori l’ennesima immagine di litigio e divisione che non ci aiuterà nell’urna. La mia idea è che o il congresso è fatto in modo da rilanciare il partito oppure sarebbe meglio rimandare a dopo l’estate».

La «blindatura» di Chiamparino e Bonaccini
L’idea di rimandare ancora il congresso è tuttavia minoritaria. E nel Pd ci si attrezza per salvare il salvabile alle regionali: nelle due regioni più grandi, Emilia Romagna e Piemonte, si voterà il prossimo autunno e i sondaggi non sono molto clementi. Da qui la «blindatura» dei due governatori uscenti, Stefano Bonaccini e Sergio Chiamparino, nonostante quest’ultimo abbia recentemente espresso il desiderio di passare la mano. Il “sacrificio”, insomma, sarà inevitabile. Quanto all’Abruzzo, tutto il Pd è in pressing su Giovanni Legnini, che ha appena finito il suo mandato come vicepresidente del Csm. Più difficile la risoluzione del nodo Basilicata, che i più danno per perduta dopo l’inchiesta sulla sanità che ha coinvolto il presidente della regione Marcello Pittella e lo ha costretto alle dimissioni nel luglio scorso. Ma la linea Maginot è fissata ai confini del Piemonte, e soprattutto della “rossa” Emilia Romagna.

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