analisiLa partita del centrosinistra

Il Pd di Letta vince e guarda al centro: «Il M5s? I federatori siamo noi»

Il buon piazzamento a Roma della Lista Calenda e i numeri irrilevanti dei 5 Stelle nelle città spostano il baricentro del futuro centrosinistra. L’asse privilegiato con il M5s, eredità della segreteria di Nicola Zingaretti e dell’epoca giallorossa del Conte 2, non sarà più la via maestra.

di Emilia Patta

Letta: "La destra è battibile, e il centrodestra non c'è più"

3' di lettura

«Questa grande vittoria del Pd e del centrosinistra rafforza l’Italia e il governo: siamo tornati in sintonia con il Paese. Abbiamo dimostrato che la destra è battibile». Ha certo motivo di soddisfazione il segretario del Pd Enrico Letta a urne chiuse, quando ancora lo spoglio è in corso nelle grandi città, ma i contorni delle sfide sono delineati. Non solo perché ha vinto la difficile sfida personale nel collegio della Camera di Siena-Arezzo rientrando in Parlamento dopo otto anni. Ma soprattutto perché il risultato per i democratici è andato ben oltre le aspettative, con ben tre città che hanno eletto il sindaco al primo turno (Beppe Sala a Milano, Matteo Lepore a Bologna, Gaetano Manfredi a Napoli) e con il candidato di Torino Stefano Lorusso che contro tutti i pronostici parte in vantaggio contro il competitor del centrodestra Damilano in vista del ballottaggio tra due settimane.

Quanto a Roma, il dem Roberto Gualtieri arriva abbastanza agevolmente al ballottaggio con il candidato del centrodestra Enrico Michetti nonostante la forte competizione nel campo del centrosinistra della lista civica guidata da Carlo Calenda e appoggiata dai renziani di Italia Viva e dai Radicali di Più Europa.

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Sicuramente il Pd si è avvantaggiato delle divisioni nel campo avversario, divisioni che hanno portato a candidature non all’altezza del compito. E sicuramente, come analizza lo stesso segretario, queste divisioni sono destinate a permanere senza una figura di federatore come è stato in passato Silvio Berlusconi e in un clima politico europeo che con la risposta comune alla pandemia tramite il Recovery fund ha spuntato le unghie ai vari popolulismi.

Tuttavia resta il fatto che nel voto nazionale, stando ai sondaggi, il centrodestra è ancora saldamente in testa e nel campo del Pd c’è un compagno di strada che sembra essersi perduto in questo importante voto nei Comuni: il M5s, che certo non ha mai brillato nelle competizioni locali, deve incassare un risultato davvero modesto se si pensa al 3% circa raccolto a Milano, dove il movimento è andato da solo al primo turno, o il quasi 4% raccolto a Bologna, dove pure il movimento ha appoggiato il vincitore delle primarie del centrosinistra Lepore fin dal primo turno. In entrambe le città ininfluenti. I 5 Stelle si confermano forza di certo rilievo nella coalizione solo a Napoli, con il loro 10% circa che ha dato la volata al candidato comune al Pd Manfredi.

Lo stesso Giuseppe Conte, formalmente alla guida del M5s solo da agosto, ammette di fatto la sconfitta quando avverte che «questo è il tempo della semina per il M5s, siamo appena partiti con il nuovo corso che non ha potuto dispiegare appieno le sue potenzialità». Ma nonostante i non lusinghieri risultati e l’opposizione interna degli ortodossi, la strada dell’alleanza con il Pd sembra segnata («c’è una prospettiva seria con le forze riformiste») e un primo segnale potrebbe essere nei prossimi giorni l’atteso endorsement in favore del candidato dem Gualtieri.

In questo quadro il Pd - che si trova nella condizione oggettiva di “federatore” del campo avversario al centrodestra - è costretto a guardare anche al centro per essere davvero competitivo alla prossime elezioni politiche, ossia a quella lista Calenda che nella Capitale ha raccolto tra il 18 e il 20% e che ha subito celebrato «il risultato significativo a Roma, segno che esiste un riformismo pragmatico che attualmente non trova rappresentanza negli altri partiti».

Il segretario del Pd, che sicuramente vede rafforzata la sua leadership da questi risultati anche in vista della formazione delle liste per le prossime politiche, sembra già averlo capito: invece dei temi della sicurezza e dell’immigrazione agitati in campagna elettorale contro la Lega di Matteo Salvini, Letta nei suoi primi commenti a caldo ha assicurato che «questo successo sarà speso non solo per vincere ai ballottaggi ma anche sui temi del lavoro, dei giovani, della salute pubblica, della sostenibilità e del rilancio del Paese».

D’altra parte Letta, che a urne chiuse ha subito riconosciuto in Calenda «un interlocutore importante» dell’alleanza in costruzione, il suo laboratorio lo ha sperimentato già nel collegio di Siena: una coalizione larga che va dalla desistenza del M5s e di Azione di Calenda all’appoggio esplicito di Italia Viva e della sinistra di Leu fino al contributo di molte liste civiche. Quel che è certo è che da domani l’asse privilegiato con il M5s, eredità della segreteria di Nicola Zingaretti e dell’epoca giallorossa del Conte 2, non sarà più per il Pd la via maestra.

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