Elezioni presidenziali

Il Perù conteso tra la figlia di Fujimori e il maestro marxista

Testa a testa tra Keiko Fujimori (destra sociale) e Pedro Castillo (sinistra). Si profila una “parità tecnica” e quindi probabili ricorsi e riconteggi

di Roberto Da Rin

Presidenziali Perù: avanti Keiko Fujimori, spera nella vittoria

4' di lettura

Un finale al fotofinish. E un presidente che, comunque vada a finire, dovrà guidare un Perù spaccato in due. Onorate quindi le premesse di una campagna elettorale con toni accesi: «Viva el Perù, carajo» è lo stilema di Pedro Castillo, «Unidos por la paz», quello di Keiko Fujimori.

Il primo, Pedro Castillo, è il candidato della sinistra, e si gioca la vittoria con Keiko Fujimori, candidata della destra. Chiunque vinca, sarà una vittoria risicata. Al ballottaggio delle elezioni presidenziali, entrambi oscillano attorno al 50%. Un “testa a testa” che potrebbe generare contestazioni e quindi la richiesta di un riconteggio. «Il Paese è spaccato esattamente a metà», dice Alfredo Torres, responsabile dell’Ipsos, l’Istituto di sondaggi, che per ora sforna dati di “parità tecnica”.

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Castillo in vantaggio al primo turno

Al primo turno di votazioni dell’11 aprile scorso Castillo risultò primo con il 18,92% dei voti contro il 13,41% ottenuto da Fujimori, ma la potente macchina organizzativa del vecchio padre di Keiko, Alberto Fujimori, 83 anni, ha consentito alla figlia di recuperare molte posizioni.

Un Paese di 32 milioni di abitanti diviso, quindi, ma soprattutto impoverito da una lunga crisi economica e dall’impatto del Covid che ha provocato più vittime che in qualsiasi altro Paese latinoamericano (in proporzione alla popolazione). Sono 185mila i morti registrati in Perù a causa della pandemia.

Il Perù anelato da Keiko, 46 anni, la hija, ovvero la figlia dell’ex presidente Alberto Fujimori, che ha governato e spadroneggiato dal 1990 al 2000, è ancorato a principi neoliberisti e delinea scelte all’insegna della continuità con il modello conservatore, innervato di qualche concessione populista. Si chiama Fuerza Popular, il partito di Keiko, e in campagna elettorale ha rilanciato con forza il sistema di libero mercato.

Il liberismo in salsa Fujimorista

Il programma presentato dai Fujimori (figlia e padre) si è ammantato, nelle ultime settimane, di annunci populisti, «ci prenderemo cura della tua salute, della tua alimentazione, e del tuo lavoro», ricordando però che «gli imprenditori sono coloro che hanno maggiormente patito la pandemia». Poi ha promesso un bonus di 2500 dollari per coloro che hanno patito la perdita di un congiunto familiare a causa del Covid. Ma non sono molti a credere che queste promesse saranno onorate. La famiglia Fujimori è stata più volte incriminata per gravi episodi di corruzione; Alberto sta scontando una condanna di 25 anni per violazione di diritti umani e la stessa Keiko è stata incarcerata, tra il 2018 e il 2020, per riciclaggio di denaro proveniente da un sistema di tangenti generato dallo scandalo Odebrecht, colosso industriale brasiliano.

Il piano annunciato da Keiko è questo: raddoppiare l’importo della pensione a chi ha più di 65 anni, generare due milioni di posti di lavoro, ridurre il prezzo dei fertilizzanti e quello dei combustibili. Non solo: regolarizzare una quota importante di lavoratori “in nero” e comperare “il debito” dei piccoli imprenditori, con una sorta di spericolata operazione finanziaria. Infine il “Canon para el pueblo”, un’idea populista che prevede la distribuzione alla popolazione del 40% delle royalties pagate dalle imprese minerarie. È la terza volta che Keiko Fujimori si candida presidente: lo aveva già fatto nel 2011 e nel 2016, perdendo entrambe le volte. Qualora vincesse ha ribadito che libererà il padre, «vittima di una persecuzione politica».

Gli osservatori definiscono gli annunci «scontati programmi pre-elettorali che spesso si dissolvono a pochi mesi dal voto»: è l’opinione di Hugo Nopo, ricercatore dell’Istituto di Studi Grade.

Economia popolare di mercato

Il maestro elementare Pedro Castillo, 51 anni, insegnante nelle aree rurali del Paese, ha organizzato una campagna di grande efficacia mediatica; lui a cavallo, con tanto di sombrero e un matitone in mano, a mostrare l’impegno di chi insegna ai meno abbienti e non flirta con i poteri forti. Si autodefinisce marxista e con il suo partito, Perù Libre, annuncia di voler cambiare la Costituzione e ripartire da riforme radicali.

Dietro allo slogan «Non più poveri in un Paese ricco», la ricetta di Castillo è un po’ ambigua, e occhieggia a un populismo già sperimentato: «Accettare le imprese private, sì, ma solo se generano benefici per il popolo». E ancora: «Il mercato non può controllare lo Stato», «La nostra politica sarà protezionista».

Non è tutto: Castillo ha ribadito la volontà di avviare un processo di nazionalizzazioni con l’obiettivo di rinegoziare o annullare i contratti con le imprese transnazionali. L’80% delle royalties allo Stato, il resto alle imprese private. Il riferimento teorico del suo documento programmatico di 77 pagine chiamato “Ideario e Programa” è José Carlos Mariàtegui, scrittore e pensatore marxista, fondatore del Partito comunista del Perù.

La politica di Castillo vorrebbe inoltre incrementare la spesa per istruzione al 10% del Pil ed eliminare gradualmente i fondi pensione privati che non hanno raggiunto risultati confortanti, bensì un esborso per l’erario. Infine l’ennesimo rilancio della riforma agraria in un Paese che in effetti avrebbe enormi potenzialità. Molte incognite e un primo scoglio: i ricorsi che quasi sicuramente verranno avanzati da uno dei due candidati, quello battuto per poche decine di migliaia di voti.

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