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Il pesante impatto della pandemia sul mercato del lavoro globale

Il dramma del Covid va oltre il bollettino delle vittime: per il tasso di disoccupazione è record del secolo, mentre il numero degli inattivi vale tre volte quello dei disoccupati

di Marcello Minenna*

Lavoro, Istat: a febbraio quasi un milione di occupati in meno

6' di lettura

Accanto a quello dei decessi, l’altro drammatico bilancio del Covid-19 riguarda il mercato del lavoro. Secondo le stime dell’Organizzazione Mondiale Lavoro (Oml, una costola delle Nazioni Unite), nel 2020 il numero delle ore lavorate su scala globale è calato dell’8,8% rispetto al 2019. Parliamo di 12 miliardi di ore perse a settimana, l’equivalente di circa 250 milioni di posti di lavoro a tempo pieno (full time equivalent jobs) che sono andati in fumo.
Per avere un’idea delle dimensioni allarmanti del fenomeno, è utile osservare che negli ultimi 15 anni le ore di lavoro sono costantemente aumentate a livello globale da un anno all’altro. Persino nel 2009 – al picco della crisi finanziaria globale – ci fu un aumento (seppur modesto) delle ore lavorate a settimana rispetto all'anno precedente (Fig. 1).

VARIAZIONE ANNUALE DELLE ORE LAVORATE A SETTIMANA
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Asia, continente più colpito

In termini assoluti, si stima che l’Asia sia stata il continente più colpito, anche in ragione della sua elevata popolazione, con una perdita di ore lavorate pari a quasi 7 miliardi a settimana, vale a dire il 60% del calo registrato a livello mondiale. Al secondo posto si collocano America Latina e Caraibi, con un decremento di oltre 1,7 miliardi di ore lavorate settimanalmente, seguiti nell'ordine da Europa (-1,2 miliardi), Africa (-900 milioni), Nord America (-620 milioni) e Oceania (-20 milioni). Considerando ciascuna regione del pianeta rispetto alla propria situazione a fine 2019, si scopre che la performance peggiore è stata quella dell'aggregato America Latina e Caraibi, dove nel 2020 le ore lavorate sono scese di oltre il 15% rispetto all'anno precedente.

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ORE LAVORATE PERSE
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Il dramma dell’Europa meridionale

Un focus sui paesi Europei (Fig. 2) mostra che la perdita delle ore di lavoro è stata particolarmente elevata nell’Europa meridionale (-13% rispetto al 2019). L’Italia, in particolare, ha registrato un calo del 13,5%, il secondo dato peggiore (dopo Cipro) dell’intero continente.Figura 2Il collasso delle ore lavorate sperimentato nel 2020 è il risultato di due aggiustamenti che si sono verificati in parallelo sul mercato del lavoro: le maggiori perdite occupazionali dovute all’aumento della disoccupazione e dell'inattività e il ridimensionamento dell’orario di lavoro di coloro che hanno conservato un’occupazione.

LA DISOCCUPAZIONE

Variazione del numero di disoccupati rispetto all'anno precedente e tasso di disoccupazione globale. (Fonte: Elaborazioni su dati OML)

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Tasso di disoccupazione, record del secolo

Lo scorso anno il tasso di disoccupazione globale è balzato al 6,5%, in crescita dell’1,1% rispetto al 2019. Si tratta del dato peggiore del secolo: 33 milioni di individui hanno perso il posto di lavoro contro i 21 milioni del 2009. La Figura 3 mostra la ripartizione di questi numeri tra i vari continenti. Anche in questo caso, l’Asia presenta il bilancio peggiore in termini assoluti, con oltre 14 milioni di disoccupati in più nel 2020. Seguono il Nord America (+8,4 milioni) – che sconta la brusca inversione di trend negli USA rispetto ai minimi storici degli ultimi anni – e l'area formata da America Latina e Caraibi dove la fila dei disoccupati si è ingrossata di quasi 5 milioni di individui.

Da segnalare il dato apparentemente contenuto dell'Europa, con “appena” 2,5 milioni di disoccupati in più rilevati lo scorso anno: in realtà questo dato incorpora una distorsione al ribasso legata al fatto che diversi governi Europei hanno adottato misure più o meno stringenti per bloccare o rinviare i licenziamenti dovuti all'emergenza economica creata dalla pandemia. In più occorre considerare che – come si vedrà meglio più avanti – nel vecchio continente gli effetti occupazionali del Covid-19 si sono fatti sentire soprattutto in termini di aumento della popolazione inattiva.

POPOLAZIONE INATTIVA NEL MONDO

Variazione della popolazione inattiva rispetto allo stesso trimestre dell'anno precedente<br/>

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L’impennata degli inattivi

Del resto anche a livello globale l’elemento distintivo del 2020 è stata proprio la brusca impennata degli inattivi, ossia le persone che non hanno un’occupazione e neppure ne cercano una. Nell’annus horribilis della pandemia il numero degli inattivi ha registrato un aumento record di 81 milioni di unità, contribuendo per il 71% alle perdite occupazionali complessive.La Figura 4 riporta la variazione della popolazione inattiva su base trimestrale rispetto allo stesso trimestre dell'anno precedente nei vari continenti. I dati disponibili arrivano sino al terzo trimestre del 2020 e coprono la maggior parte dei paesi appartenenti ai continenti considerati (Africa esclusa).

POPOLAZIONE INATTIVA IN EUROPA

Variazione della popolazione inattiva rispetto allo stesso trimestre dell'anno precedente in alcuni paesi Europei<br/>

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L’anomalia di secondo e terzo trimestre 2020

A colpo d’occhio si può apprezzare subito l’anomalia del secondo e terzo trimestre 2020 in cui il numero degli inattivi è salito rispettivamente di 75,3 e di 38,6 milioni di individui rispetto allo stesso trimestre del 2019. Di contro, nei trimestri precedenti l’incremento degli inattivi era stato sempre inferiore ai 10 milioni di persone con un modesto balzo verso l’alto nei primi tre mesi del 2020. La spiegazione dell’anomalia relativa al secondo e terzo trimestre dell’anno scorso è abbastanza intuitiva: a causa del violento dilagare della pandemia, in quel periodo (specie tra aprile e giugno) le misure di lockdown della popolazione e, quindi, anche di chiusura totale o parziale delle attività lavorative hanno raggiunto lo zenit sia per severità che per concomitanza delle limitazioni imposte dai governi di tutto il mondo, rendendo palese a chi non aveva lavoro l'inutilità di impegnarsi attivamente per cercarne uno.

Il peso dell’America latina

Non è un caso che il dato del terzo trimestre – in cui anche con l’aiuto della stagione estiva la prima ondata dei contagi era rientrata in molti paesi (specie di Asia, Europa e Oceania) – sia significativamente inferiore a quello del secondo. I dati relativi all’ultimo trimestre del 2020 non sono ancora disponibili per la maggior parte dei paesi, tuttavia appare improbabile che ci sia stato un marcato miglioramento rispetto al trimestre precedente dal momento che nell’ultimo scorcio dell’anno molte nazioni sono state investite da una nuova ondata di contagi. In termini di contributo delle diverse aree geografiche spicca il peso molto elevato di America Latina e Caraibi, dove nel periodo di picco l’incremento degli inattivi è stato di 41,1 milioni di persone, in pratica la metà del dato registrato a livello mondiale. A seguire troviamo l’Asia con 19,5 milioni (scesi però sotto i 4 milioni nel terzo trimestre), il Nord America (+7,3 milioni), l'Europa (+6,7 milioni) e infine l’Oceania (+0,7 milioni).

La crescita degli inattivi vale tre volte quella dei disoccupati

Come anticipato, in Europa l’inattività ha inferto un colpo molto più pesante della disoccupazione agli sviluppi del mercato del lavoro: infatti, la crescita degli inattivi è stata quasi tre volte quella dei disoccupati. Un’analisi di dettaglio su alcuni paesi Europei (Fig. 5) rivela che il sotto-gruppo formato da Italia, Francia e Spagna assorbe da solo oltre il 50% dell’intero aumento dell’inattività verificatosi nel vecchio continente. Oltre alle perdite d’impiego dovute a maggiore inattività e disoccupazione, il crollo delle ore lavorate nel 2020 deriva anche dalla riduzione degli orari di lavoro di molti di coloro che hanno conservato un’occupazione. Attraverso semplici elaborazioni sui dati Oml, si può stimare che questo fattore abbia pesato per un abbondante 50% sul calo complessivo delle ore lavorate nel 2020, a ulteriore conferma dell’effetto devastante della pandemia e delle relative misure di contenimento sul mercato del lavoro.

L’impatto sulla moneta

Ma quanto vale questo effetto in termini monetari? Partendo dal database Oml e incrociando la quota di Pil riconducibile al fattore produttivo lavoro con la riduzione delle ore lavorate, è possibile ottenere una stima ragionevole del reddito da lavoro che è stato bruciato a causa del Covid-19. In termini lordi (ossia prima di considerare gli interventi di sostegno al reddito approntati da parecchi Stati), si tratta di 3.700 miliardi di dollari, pari al 4,4% del Pil globale. Una cifra impressionante: per avere un termine di paragone parliamo di un numero molto vicino al Pil dell’intera Germania. La contrazione maggiore dei redditi da lavoro in proporzione al Pil ha riguardato America Latina e Caraibi: -7,8%. In termini assoluti, invece, è l’Asia a posizionarsi prima con minori redditi da lavoro per oltre 1.400 miliardi di dollari.

La (parziale) ripresa del 2021

L’Organizzazione Mondiale del Lavoro si attende una parziale ripresa per il 2021: in particolare, nello scenario baseline, il numero di ore lavorate su scala mondiale dovrebbe salire del 6%-7% rispetto al 2020. Tuttavia, fa anche notare che i numeri ottenuti tramite confronto con la situazione a fine 2019 verosimilmente sottostimano le perdite causate dal Covid-19 in quanto, se non ci fosse stata la pandemia, nel 2020 i posti di lavoro sarebbero stati probabilmente circa 30 milioni in più rispetto a quelli dell'anno precedente. La capacità di ripianare queste pesanti perdite occupazionali dipenderà molto dal successo nell’azione di contrasto alla pandemia, a partire dalla rapidità e dal grado di copertura delle campagne di vaccinazione come le cronache giornaliere non mancano di ricordarci. La situazione dell'America Latina, ad esempio, è particolarmente preoccupante anche per il fatto che molti paesi sud-Americani stanno incontrando enormi difficoltà nell'arginare contagi e decessi. L’impatto del Covid-19 sul mercato del lavoro globale è stato terribile e senza precedenti. Ogni policy-maker dovrebbe tenerlo bene a mente per impostare la propria politica economica nei prossimi anni ed evitare la tentazione di misure pro-cicliche come il taglio prematuro dei sostegni all'economia reale.

*Marcello Minenna, Direttore Generale dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli


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