l’analisi

Il peso dell’elevato debito sul declassamento dell’Italia

di Dino Pesole


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2' di lettura

Il rischio principale per l’economia italiana continua ad essere rappresentato dall’elevato debito pubblico. Nel declassare il rating dalla “A low” alla “Bbb-high”, l’agenzia canadese Dbrs pone in luce, accanto alla fragilità dell’attuale quadro politico quale effetto e conseguenza del risultato referendario dello scorso 4 dicembre, il combinato di una crescita che resta debole e di un debito che continua a limitare “la flessibilità” della politica di bilancio. Dal 2008 – si legge nel report – il debito ha preso a crescere in rapporto al Pil ogni anno.

L’avvio del percorso di rientro, che era stato programmato dal governo Renzi nell’aprile dello scorso anno per il 2016, ora viene rinviato a 2017. Ma in seguito alla decisione assunta dall’attuale governo di utilizzare margini aggiuntivi di indebitamento pubblico fino a un massimo di 20 miliardi per mettere in sicurezza il sistema del credito, il debito potrebbe superare il 133% del Pil, invece di ridursi al 132,6 per cento. La conseguenza sarebbe il rinvio al 2018 dell’attesa inversione di tendenza.

Crescita debole, alto debito, dunque a fronte di un deficit che dovrebbe attestarsi quest’anno al 2,3% e di una “duration” (vita media del debito) nei dintorni dei 6,76 anni. Non si manca di porre l’accento su alcuni importanti elementi di stabilità dei conti italiani, quali l’elevato avanzo primario che fotografa il saldo di bilancio al netto delle spese per interessi: stando ai più recenti documenti programmatici inviati a Bruxelles, si passerebbe nello scenario programmatico dall’1,5% del Pil del 2016 al 3,2% nel 2019.

La sospensione del giudizio sulla manovra 2017 da parte della Commissione Ue (il pronunciamento definitivo è atteso per marzo), sposta al tempo stesso il focus sul mancato rispetto del tragitto di riduzione del deficit strutturale. Invece di ridursi di almeno lo 0,6%, come indicato da Bruxelles, il target che riassume l’andamento del deficit al netto delle variazioni cicliche e delle una tantum peggiora dello 0,4 per cento, esponendo l’Italia al rischio di “significativa deviazione” rispetto alla disciplina di bilancio europea.

La neutralizzazione delle clausole di salvaguardia per l’anno in corso (15,4 miliardi) ha comportato un maggior deficit dello 0,9% del Pil, ma i rischi maggiori (per ora minimizzati dal Quantitative easing della Bce) si concentrano sul fronte della spesa per interessi, diretta conseguenza dell'elevato debito. L’agenzia canadese definisce “elevato” il costo di finanziamento del debito in termini assoluti: 4,2% nel 2015, in discesa rispetto al picco del 5,2% registrato nel 2012, e indicato dal Governo al 4% e 3,7% rispettivamente nel 2016 e 2017. Una stima che non tiene conto del costo aggiuntivo (tuttora da quantificare) da sostenere per l'intervento statale a sostegno di Mps. Pesa la bassa inflazione, che incide sul valore nominale del debito, e soprattutto l’andamento del denominatore, la crescita, «che resta debole».

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