politica estera

Il peso dell’Italia sulle mosse dell’Europa

Serve una robusta vaccinazione antinfluenzale per liberare Bruxelles, ma anche Roma, dalla febbre dell’inerzia

di Sergio Fabbrini

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Serve una robusta vaccinazione antinfluenzale per liberare Bruxelles, ma anche Roma, dalla febbre dell’inerzia


4' di lettura

L'Europa sembra essere affetta da una sindrome. L’introversione. Mentre gli Stati Uniti accendono polveriere nel vicino Medio Oriente (senza sapere come spegnerle) e potenze regionali (come la Russia e la Turchia) intervengono militarmente a favore dell’una o dell’altra fazione in Paesi (come la Libia e la Siria) che sono dietro casa nostra (senza valutarne le conseguenze), l’Unione europea (Ue) balbetta (attraverso il suo pur ottimo Alto Rappresentante Josep Borrell) la solita litania sulla necessità di un dialogo tra i contendenti. Poiché quelle crisi avranno effetti dirompenti su di noi, sarebbe opportuno sapere cosa propone il governo italiano (e la sua maggioranza parlamentare) per dotare l’Ue di una politica estera e militare. Peraltro, proprio i prossimi giorni si avvierà la Conferenza sul futuro dell’Europa con la (delibera) risoluzione che verrà votata dal Parlamento europeo il 15 gennaio, cui seguirà l’incontro tra i presidenti delle istituzioni comunitarie (Parlamento europeo, Consiglio Europeo e Commissione) il 30 gennaio successivo. In quelle riunioni, quale sarà la posizione italiana? È il caso di aprire una discussione pubblica per almeno tre ragioni. Innanzitutto, tale discussione è necessaria per capire il nostro ruolo in Europa. Nel suo discorso di fine d’anno, il presidente della Repubblica ha ricordato «il bisogno di Italia che vi è in Europa». È così. Per ragioni strutturali oltre che culturali, l’Italia può esercitare una funzione di mediazione propositiva tra i grandi e i piccoli Paesi europei, tra le ambizioni egemoniche dei primi e le resistenze difensive dei secondi.

È avvenuto più volte durante il processo di integrazione, addirittura al suo inizio con la proposta di Conferenza tenutasi a Messina nel 1955 con cui si è usciti dalla crisi del voto francese contrario alla Comunità europea della difesa dell’anno prima. Sarà la nostra condizione di “Paese più piccolo tra i grandi e più grande tra i piccoli” che ci consente di essere ascoltati ma non temuti dagli uni e dagli altri, sarà la nostra storia di divisioni geografiche e ideologiche che ha favorito la formazione di una cultura nazionale inclusiva, fatto si è che l’Italia ha svolto un ruolo essenziale in un’Europa integrata che è stata spesso bloccata dalle rivalità tra i suoi stati membri. Le proposte della Francia sollecitano diffidenza per le sue ambizioni politiche, quelle della Germania per le sue visioni economiche, quelle di Paesi medio-piccoli (come i Paesi Bassi) per la loro predisposizione difensiva, non così avviene per quelle italiane. O almeno così non è avvenuto quando sono state avanzate da leader politici rispettati per loro coerenza e integrità (come Alcide De Gasperi, Altiero Spinelli, Guido Carli, Carlo Azeglio Ciampi, Giorgio Napolitano).

In secondo luogo, tale discussione è necessaria per ridefinire la relazione tra noi e l’Ue. L’Italia e l’Ue debbono crescere insieme, ma non dipendere l’una dall’altra. Seppure lo sviluppo dell’Ue coincida con il nostro interesse nazionale (è grazie ad essa che l’Italia ha potuto diventare un Paese moderno, democratico e sviluppato), ciò non significa che le nostre esigenze debbono riflettersi sullo sviluppo dell’Ue. Qui risiede il limite (potenzialmente nazionalista) di quei Paesi, grandi e piccoli, che promuovono un’idea di Ue intesa come proiezione di sé stessi. Per la Germania, essa dovrebbe riflettere la sua visione economica, per la Francia la sua visione politica, per i piccoli-medi Paesi i loro contingenti interessi, per i Paesi dell’est la loro visione culturale (se non religiosa). L’esito di questo approccio è un’Ue (soprattutto un’Eurozona) che confonde i singoli stati membri con l’organizzazione sovranazionale, confusione che avvantaggia i più grandi e i più forti, penalizzando chi non lo è. L’Italia può mettere in discussione tale paradigma d’integrazione. È troppo grande per essere difensiva, non è grande abbastanza per essere offensiva. Può dunque avanzare una prospettiva integrativa basata sulla separazione tra Ue e stati membri, tra organizzazione e competenze della prima e quelle dei secondi. Ciò significa, però, che la riforma della nostra economia e della nostra amministrazione dipenderà solamente da noi, non già dal “vincolo esterno” europeo. Se non ci riusciamo, o falliamo, non si potrà più dare la colpa a Bruxelles.

In terzo luogo, tale discussione è utile per precisare la nostra visione di un’Europa unita. L’Ue non deve diventare uno stato né trasformarsi in un Concerto delle nazioni, bensì riformarsi per poter produrre quei beni pubblici (cruciali, ma limitati) che solamente essa può fornire. Come è possibile che Bruxelles decida la politica agricola del continente, ma non sia in grado di decidere la politica di sicurezza e militare, intervenendo autonomamente nelle crisi che ci minacciano? Eppure, la polveriera medio-orientale (che brucerà ancora di più con l’uccisione di Qasem Soleimani) avrà conseguenze drammatiche sull’Ue (in particolare sui Paesi del sud Europa), sotto forma di ondate migratorie e movimenti terroristici. Per di più, possiamo fare sempre meno affidamento sulla Nato in cui vi sono membri (come la Turchia e gli stessi Stati Uniti) che agiscono apertamente contro gli interessi europei. È di ciò che l’Ue dovrebbe farsi carico. La Conferenza sul futuro dell’Europa è l’occasione per proporre l’integrazione di attività (come la difesa) che solamente la sovranità europea può realizzare e la disintegrazione di attività (nell’agricoltura o nel funzionamento del mercato interno) che debbono essere lasciate alle sovranità dei singoli Paesi europei. Occorre riconoscere, infatti, che una politica di sicurezza e militare europea non potrà emergere dalla logica intergovernativa (che accentua anzi le divisioni tra i Paesi europei, come in Libia), né dalla logica funzionalista (che conduce a nuove cariche, come quella dell’Alto Rappresentante, ma non a nuove politiche). Insomma, è necessario che l’Ue faccia i conti con le sfide internazionali che stanno mettendo in discussione la sua esistenza come entità organizzata. L’introversione europea è l’espressione di una sindrome, la difficoltà a pensare diversamente. Abbiamo bisogno di una robusta vaccinazione antinfluenzale per liberare Bruxelles, ma anche Roma, dalla febbre dell’inerzia.

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