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Il petrolio del Brasile non interessa alle major: ignorata l’asta dei record

La più ricca collocazione degli ultimi due decenni è finita con una cocente umiliazione. C’erano in palio riserve grandi superiori a quelle della Norvegia, ma sono stati assegnati solo tre blocchi su nove

di Sissi Bellomo

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Brasile, l’asta petrolifera dei record non trova riscontri

3' di lettura

Per il Brasile doveva essere un trionfo: la più ricca asta di licenze petrolifere mai realizzata nel Paese – e in nessun altro luogo al mondo negli ultimi due decenni – con entrate di almeno 50 miliardi per lo Stato e per Petrobras. Invece è finita con una cocente umiliazione, che a livello istituzionale sta scatenando un fiume di polemiche. Le major internazionali hanno disertato in massa e sono stati assegnati solo tre blocchi su nove. Tutti alla compagnia locale, che avrebbe avuto un disperato bisogno di partner, con piccole partecipazioni a società cinesi.

Risultato «terrificante»
Un risultato «terrificante», ha ammesso il ministro dell’Economia Paulo Guedes. «Abbiamo faticato tanto e alla fine abbiamo venduto a noi stessi». Le condizioni erano troppo esose, accusa il ceo di Petrobras, Roberto Castillo Branco: «La somma che bisognava anticipare, tra fee e compensi per Petrobras era troppo alta. Non siamo noi ad aver piantato in asso i nostri partner, sono loro che ci hanno piantato in asso». L’offerta, almeno in teoria, avrebbe dovuto essere allettante. In palio c’erano diritti di sfruttamento per risorse pre-saline già individuate (e in alcuni casi in produzione) al largo del Brasile, uno dei Paesi più promettenti per l’industria petrolifera.

Brasile nuova potenza petrolifera
Grazie ai  giacimenti giganti Libra e Lula, scoperti nel 2007 nel Bacino di Santos, il Brasile è diventato la prima potenza petrolifera dell’America Latina, surclassando il Messico (dove la produzione è invece in forte declino): oggi produce oltre 3 milioni di barili di greggio al giorno, con grandi potenzialità per un’ulteriore forte espansione. Le sue esportazioni sono aumentate da 734mila bg nel 2015 a 1,3 milioni di bg nel primo trimestre di quest’anno.

I successi passati non sono bastati ad attirare Big Oil
Alla prima gara – la più importante, che si è svolta mercoledì 6 novembre– si erano iscritte (pagando corposi bonus) 14 compagnie, tra cui Bp, Total ed ExxonMobil. Le licenze riguardavano aree che potrebbero contenere 15 miliardi di barili di petrolio recuperabile: più delle riserve della Norvegia o del Messico. Alla fine però nessuna Major ha presentato offerte. Su quattro blocchi due non sono stati assegnati e due li ha presi Petrobras, al prezzo base dell’asta: uno da sola (Itapu) e l’altro – Buzios, già in produzione – con le società con le cinesi Cnooc e Cnocd (controllata di Cnpc), che si sono accontentate di un 5% ciascuna. Il Governo ha comunque incassato 17 miliardi di dollari. Il giorno successivo, alla seconda gara, il copione si è ripetuto: quattro licenze rifiutate e una sola assegnata, quella per Aram, di nuovo a Petrobras (con un 20% a Cnocd). In questo caso nelle casse dello Stato sono andati 1,2 miliardi.

Non a ogni costo
Era prevedibile, secondo Marcelo de Assis di Ihs Markit. «Oggi tutte le Major sono focalizzate sulla disciplina di capitale e sul valore piuttosto che sui volumi di produzione. Anche se le risorse pre-saline del Brasile sono interessanti, dipende dal prezzo. Non avrebbero partecipato ad ogni costo». Il Brasile ha fatto il passo più lungo della gamba probabilmente, dimenticando che il mondo è cambiato. Tra il climate change, che sommerge di dubbi sul futuro del petrolio, e la concorrenza dello shale oil le compagnie ci pensano due volte prima di imbarcarsi in mega-progetti estrattivi.
Le risorse brasiliane, in acque profonde, sono costose da sviluppare e richiedono tempi lunghi: un modello di investimento che fa a pugni con l’esigenza di avere un rapido ritorno e cash flow elevati, come pretendono gli azionisti. Molti si sono spostati sullo shale oil, veloce e flessibile, o comunque – anche nelle risorse convenzionali – vengono privilegiati progetti «facili» e low cost.

L’ombra dell’Opec
A scoraggiare le compagnie straniere è stata probabilmente anche l’incertezza sulle normative, che il governo brasiliano sta ancora rivedendo. E a dare il colpo di grazia potrebbero aver contribuito anche le dichiarazioni del presidente Jair Bolsonaro, che a pochi giorni dalle gare ha candidato il Brasile a un ingresso nell’Opec.
«Personalmente mi piacerebbe che diventasse membro», aveva detto il presidente da Riad, raccontando di essere stato informalmente invitato dall’Arabia Saudita. «Il potenziale c’è: abbiamo abbastanza riserve, a dire il vero sono più grandi di quelle di molti degli attuali membri». Bolsonaro, noto come «il Trump dei Caraibi», ha in seguito convocato una riunione con il ministro dell’Energia e quello dell’Economia per discutere nei dettagli la proposta, anche se pubblicamente ha fatto una parziale marcia indietro rispetto all’entusiasmo iniziale: «Bisognerà parlarne, non dovremmo prendere una decisione affrettata. Abbiamo solo ricevuto un invito».

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