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Il petrolio corre sull’ottimismo Usa-Cina, Opec verso il rinvio del vertice

di Sissi Bellomo


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3' di lettura

Il riaccendersi della speranza di un accordo Usa-Cina ha messo le ali ai mercati e spinto il petrolio in rialzo di oltre il 4% sulla piazza di New York, dove il Wti è tornato a superare 54 dollari al barile. Anche il Brent – che aveva iniziato la seduta in flessione, incurante del nuovo invio di truppe americane nel Golfo Persico – si è risollevato per chiudere a quota 62,14 $ (+2%).

L’inversione di rotta è avvenuta dopo un tweet in cui Donald Trump riferiva di «un’ottima conversazione telefonica» col presidente cinese Xi Jinping, con il quale ha programmato un «incontro prolungato» al prossimo G20 in Giappone.

L’impennata del greggio evidenzia chiaramente quali siano in questo momento le priorità agli occhi degli operatori: anche gli attacchi alle petroliere in Oman la settimana scorsa avevano provocato una reazione analoga sul mercato, ma la fiammata dei prezzi – nonostante il perdurare delle tensioni in Medio Oriente – si era spenta rapidamente.

I rischi geopolitici non hanno smesso di influenzare il petrolio, ma oggi come oggi rimangono sullo sfondo. In secondo piano restano anche le paradossali difficoltà dell’Opec Plus, che ora sembra d’accordo nel proseguire i tagli produttivi ma fatica a fissare un appuntamento per rinnovare gli impegni, tanto che il vertice previsto per il 25 e 26 giugno a Vienna si avvia a slittare al prossimo mese.

A una settimana dall’appuntamento, le date ufficialmente restano immutate. Ma un rinvio a luglio (quando l’attuale accordo sui tagli sarà scaduto) è ormai molto probabile, con una nuova convocazione che potrebbe essere fissata non per il 3-4 luglio come la Russia insisteva per fare, bensì per l’11 -12 luglio: il segretariato dell’Opec avrebbe girato quest’ultima proposta ai Paesi membri in cerca del consenso unanime necessario per il cambio di agenda, ma l’uscita dall’impasse sembra ormai vicina grazie a un incontro avvenuto lunedì tra il ministro iraniano Bijan Zanganeh e il russo Alexander Novak.

Mosca sconsigliava all’Opec Plus di riunirsi prima del G20 di Osaka, che si terrà a fine giugno, ma la data suggerita dai russi non piaceva a Teheran. Ora è emerso un compromesso che dovrebbe accontentare tutti. «Tra il 10 e il 12 luglio non ho nessun problema – ha dichiarato Zanganeh – Il 3 e il 4 non posso, non sono contrario ma ho altri appuntamenti, altri piani».

Novak si è limitato a dire che Mosca considererà la nuova proposta «se arriverà dal segretariato dell’Opec», mentre il ministro saudita Khalid Al Falih domenica aveva già detto di aspettarsi uno spostamento del vertice a luglio e che un solo Paese (evidentemente l’Iran) si opponeva ad un incontro nei giorni 3 e 4.

I dissidi nella coalizione di certo non aiutano a sostenere le quotazioni del petrolio. Ma in questo momento anche l’Opec Plus interessa poco al mercato. La stella polare sono le preoccupazioni per l’economia globale, sempre più gravi a causa delle guerre commerciali, e le ricadute sulla domanda petrolifera, che l’Agenzia internazionale per l’energia (Aie) vede crescere quest’anno meno dell’offerta.

In quest’ottica anche la promessa di stimoli monetari da parte delle banche centrali è un fattore rialzista per il greggio: ieri è stata la volta della Bce, oggi qualche sorpresa potrebbe arrivare dalla Federal Reserve. Ma l’ultima seduta parla da sola: a infiammare il prezzo del barile ieri sono state le parole di Trump, non quelle di Mario Draghi.

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