analisiwti ai minimi da 8 mesi

Il petrolio crolla, ma dopo l’Iran il rischio sanzioni ora si sposta sulla Russia

di Sissi Bellomo

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(AP)

3' di lettura

Dall’Iran alla Russia. Il rischio sanzioni potrebbe presto riemergere sui mercati petroliferi, in modo addirittura amplificato rispetto agli ultimi mesi. Da un momento all’altro gli Stati Uniti imporranno infatti un ulteriore giro di vite contro Mosca, le cui forniture – non solo di petrolio, ma anche di gas – sono davvero irrinunciabili per l’Europa.

Per ora la preoccupazione non sta influenzando le quotazioni del barile, che sono anzi scivolate di oltre il 2% grazie alle esenzioni concesse da Washington ai maggiori importatori di greggio iraniano (tra cui l’Italia e colossi come Cina e India). Il Brent è sceso fino a 71,18 $, il Wti addirittura a 61,31 $, il minimo da marzo, quando gli Usa non si erano ancora sfilati dall’accordo sul nucleare di Teheran.

Eppure proprio ieri, nell’indifferenza generale, è scaduto il conto alla rovescia per l’introduzione di nuove sanzioni americane contro la Russia, mirate ai settori della finanza e dell’energia. Se non è ancora successo nulla è solo per la concomitanza delle elezioni di midterm.

La scadenza era stata fissata dal Congresso, che lo scorso 6 agosto – in seguito all’avvelenamento in Gran Bretagna dell’ex spia russa Sergei Skripal e della figlia Yulia – aveva dato al dipartimento di Stato tre mesi di tempo per ottenere da Mosca la rinuncia all’uso di armi chimiche e la disponibilità a controlli da parte di ispettori internazionali. Condizioni da fantascienza.

I legislatori americani ora hanno le mani libere e l’impatto delle loro decisioni rischia di essere molto pesante. Washington potrebbe colpire direttamente l’export di petrolio, come ha fatto con l’Iran, anche se probabilmente non si spingerà fino a questo punto: la Russia è il maggior produttore mondiale, con 11,5 milioni di barili al giorno – più del triplo della Repubblica islamica – ed esporta oltre 4,3 mbg. Sostituirli sarebbe impossibile, così come è impensabile che in Europa possiamo a fare a meno del gas russo, che soddisfa oltre un terzo del nostro fabbisogno.

È più verosimile che gli Usa prendano di mira in altro modo le società energetiche russe, che hanno resistito meglio del previsto alle sanzioni internazionali imposte dal 2014 per l’invasione della Crimea.

Anche l’ultima trimestrale di Rosneft, presentata ieri, è brillante: gli utili sono aumentati del 250% a 142 miliardi di rubli (2,2 miliardi di dollari), la produzione è salita a 4,7 mbg (+3,4%), un record mondiale tra le società quotate.

La compagnia ha tratto vantaggio dalla caduta del rublo, avvenuta in contemporanea al rally del petrolio (che in gran parte è stato provocato dalla stessa Mosca, con i tagli produttivi coordinati con l’Opec). Ma il successo si spiega anche con la capacità di dribblare le sanzioni, aumentando il ricorso a materiali e tecnologie locali e sfruttando nuovi canali di finanziamento, non solo bancario, ad esempio i contratti di prevendita del petrolio sottoscritti con grandi società di trading come Glencore, Vitol e Trafigura.

Ora persino Rosneft sta tremando. La compagnia, secondo fonti Reuters, starebbe facendo pressioni sui clienti perché accettino nuove clausole che impongono il rispetto degli obblighi contrattiali anche in caso di sanzioni.

Per il momento la compagnia non è nella blacklist degli Usa. Ma se ci finisse, in modo analogo a Rusal, si innescherebbe una pericolosa reazione a catena, che travolgerebbe anche una serie di progetti in cui sono coinvolte società europee, come il raddoppio del gasdotto Nord Stream.

Ad alto rischio anche le joint venture che operano in Russia, come quella tra Eni e Rosneft, le cui attività esplorative peraltro si sono già fermate.

Quasi tutte le major del Vecchio continente (e anche l’americana ExxonMobil) sono del resto presenti nel Paese, alcune con investimenti importati. La francese Total ad esempio è socia di Novatek in Yamal Lng, mentre la britannica Bp è addirittura azionista di Rosneft, con una quota del 19,75%.

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